martedì 18 giugno 2019

"A ciascuno il suo", Leonardo Sciascia



Titolo: "A ciascuno il suo"
Autore: Leonardo Sciascia
Data di pubblicazione: 1966
Numero pagine: 151
Genere: Romanzo giallo












7^recensione

Buon pomeriggio a tutti!
Eccoci qui: oggi l'ultima recensione per Leonardo Sciascia!
A ciascuno il suo è l'ultimo libro che ho letto di questo autore ed è anche quello che ho preferito.

Non perdiamo un minuto in più: a voi la recensione!

-Ma sa com’è? Una volta, in un libro di filosofia, a proposito del relativismo, ho letto che il fatto che noi, ad occhio nudo, non vediamo le zampe dei vermi del formaggio non è ragione per credere che i vermi non le vedano… Io sono un verme dello stesso formaggio, e vedo le zampe degli altri vermi.
-Divertente.-Non tanto- disse il parroco. E con una smorfia di disgusto –Siamo sempre tra i vermi.-“

Leonardo Sciascia pubblicò presso Einaudi "A ciascuno il suo", un giallo di 151 pagine il cui titolo è la traduzione di unicuique suum, un'espressione tipica della legislazione latina, parzialmente riportata sul retro della lettera minatoria con cui il romanzo apre le danze.
Le vicende sono ambientate in un paesino dell’entroterra della Sicilia, nell’estate del 1964.
“La lettera arrivò con la distribuzione del pomeriggio. Il postino posò prima sul banco, come al solito, il fascio versicolore delle stampe pubblicitarie; poi con precauzione, quasi ci fosse il pericolo di vederla esplodere, la lettera…”

Arrivata nelle mani del farmacista Manno, forse non materialmente, ma davvero quella lettera avrebbe presto provocato un’incredibile esplosione.
Di lì a qualche giorno, infatti, un duplice omicidio porta scompiglio nella quiete del paese
Il dottor Roscio e il farmacista, colti durante una battuta di caccia, vengono uccisi e tutti, come presi dal recitare un copione già ben conosciuto, ricordandosi della lettera ricevuta da Manno, riconoscono nell’avvenimento un chiaro movente passionale da ricercare in una ipotetica relazione extraconiugale trattenuta dal farmacista. Roscio era stato abbracciato dalla morte per la pura fatalità di trovarsi con Manno.
Il solo a scendere dal palco delle comuni credenze, rifiutandosi di sostenere una verità che di verità a parer suo aveva poco e nulla, è il professor Paolo Laurana, vecchio compagno di scuola di Roscio, insegnante di italiano e latino in un liceo classico del capoluogo. Laurana, da comune cittadino, intraprende una sua indagine personale, soffermandosi innanzitutto su un mero dettaglio che aveva catturato la sua attenzione: quell’UNICUIQUE che appariva sulle sfondo delle parole ritagliate dalle pagine dell’Osservatore romano a formare la minaccia trionfante sulla lettera ricevuta dal farmacista.
Ben presto Laurana, spinto sulle tracce del parroco di Sant’Anna, don Luigi Corvaia, e dell’arciprete Rosello, unici ricevitori dell’Osservatore romano nel paese, sebbene pensando in un primo momento di mancare dell’opportuna esperienza di un poliziotto e di aver fiutato una pista che non avrebbe portato a nulla, comincia a dar spazio dentro di sé all’idea che era Roscio il vero obiettivo e non il distinto Manno, al quale la lettera era stata inviata come parte di un piano di depistaggio ben congegnato.
Districandosi tra le maglie della cattiveria altrui, come Manno inizialmente, Laurana si scopre alla cattiveria inadatto e poco capacitandosi delle oscure potenzialità della cattiveria stessa, ingenuo, si aggroviglia in quelle maglie. Pena: restarci per sempre.
Il narratore, esterno al racconto, come una spia silenziosa sui suoi passi, segue per lunga parte della storia il professor Laurana: ne indaga le proprie abitudini, il proprio modo di pensare e vedere il mondo, le proprie emozioni spesso tenacemente soffocate.
“Un tipo, chiuso, di poche parole, a volte insofferente, scontroso; uno di quei tipi che sono, sì, gentili, premurosi, forse anche affettuosi: ma capaci di scattare, per una falsa impressione, per una parola malintesa, in una reazione imprevedibile, un colpo di testa…” 

O forse potremmo meglio definirlo con… “Era un cretino.”, dalle parole di don Luigi.
In un mondo di vermi, il mondo dei personaggi di A ciascuno il suo, Sciascia trova il modo di urlare l’oscena connivenza della gente ad una realtà sopraffatta dalla mafia, nel suo straordinario detto e non detto, in un sussurro. Ogni pagina, sapientemente pennellata, dipinge la società siciliana degli anni Sessanta, il ruolo delle donne, mogli e madri; riporta la filosofia mafiosa ed il contesto sociale in cui essa prospera: l'ipocrisia, l'omertà, la paura, gli sguardi ed i lunghi silenzi carichi di significato. Tutti ingredienti con cui la mafia perpetua se stessa.
In questa filosofia vale il proverbio, la regola, il monito che il professor Roscio, padre del dottor Roscio, rinnova a Laurana,”il morto è morto, diamo aiuto al vivo”, forse perché il professore avendo ben capito cosa ne era stato del figlio, chi erano i vivi che lo avevano disamorato, portandolo a vedere certe delle cose della vita e a farne altre, sperava che quel Laurana, timido e coscienzioso, sapesse raccogliere il monito e le sue parole di congedo: perché quel “E’ un problema”, lasciato nella stretta di mano del professor Roscio, racchiudeva ogni cosa. Il delitto. La vita. L’ipocrisia.
Sì, si comprende, infatti nelle ultime pagine: tutto il paese era a conoscenza della causa dell'omicidio e dei responsabili. Lo sapeva il notaro Pecorilla, il parroco di Sant'Anna, il commendatore Zerillo, l'arciprete Rosello, il colonnello Salvaggio, l'avvocato Rosello più di ogni altro, forse la stessa madre di Laurana. Tutti avevano taciuto per connivenza ed opportunità. Tutti preferivano i pettegolezzi, le battute, le serate al circolo trascorse sull'emblema di quel farmacista che così poco conoscevano, all'evidenza dei fatti. Solo Laurana aveva deciso di scoprire la verità e rivelarla e per questo ha pagato. Il protagonista, dunque, non incarna il prototipo del classico detective vincente, astuto, che scioglie l'enigma, portando all'accusa dei colpevoli. L'assassino rimane impunito davanti agli occhi di tutti a festeggiare il fidanzamento con la povera, triste Luisa, vedova di Roscio: è Laurana ad uscire sconfitto.
Quanto allo stile con cui vengono presentate le vicende, Sciascia non si smentisce mai. Penna scorrevole, lineare, incredibilmente attenta alla punteggiatura. Di tanto in tanto una descrizione, ma mai troppo dettagliata, allo scopo di rendere più veloce la narrazione, quindi permettendo al lettore di seguire il filo del racconto senza perdersi nei meandri di parole troppo elaborate o nelle scale a chiocciola di dialoghi involuti.
A ciascuno il suo , forse, tra le diverse letture di Sciascia che vi ho presentato, è quella che in assoluto propone la migliore forma di denuncia sociale
Ancora una volta Sciascia presenta la società siciliana con grande realismo: riesce a portare il lettore ad un’analisi approfondita dei fatti e quasi smuove il lettore stesso, spingendolo quasi all’ardente desiderio di tuffarsi nel mondo raccontato, nel tentativo disperato di sconvolgere la radicata mentalità dei personaggi indifferenti alla realtà che li circonda.
Da leggere e rileggere queste pagine, interamente e continuamente. Valide nel 1966, come nel 2019.
Chissà se un giorno, partendo da qui, quel mondo di vermi sarà liberato dai vermi. Allora, allora soltanto Sciascia avrà raggiunto il suo scopo.

Siamo arrivati al dunque: ricordando che si tratta solo di un mio parere strettamente personale, ho deciso di valutare ciascun libro che recensisco e di farlo con l'aiuto di un simbolo...
Che, per rimanere in tema, sarà... Un'onda!
Il punteggio per ciascun libro sarà compreso tra una e tre onde...

Tre onde: un libro talmente bello, particolare, interessante... Che merita di essere ASSOLUTAMENTE LETTO PIU' DI UNA VOLTA NELLA VITA!

🌊🌊🌊

Dove acquistarlo?

A ciascuno il suo, tutti i formati




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