Data di pubblicazione: 1929
Numero pagine: 226
Genere: Romanzo di guerra
14^recensione
Marzo-aprile 2020. Sicuramente un periodo che sarà ricordato. Forse anche a noi superstiti chiederanno un giorno il "Romanzo del Covid-19" come è già successo in passato ai reduci di un'impresa o un avvenimento del tutto epocale... Ricordate? Proprio le ultime recensioni qui sul blog vertevano sui romanzi della Resistenza che diversi autori del Novecento avevano provato a scrivere, cercando in ogni modo di poter rendere nella migliore maniera possibile il travaglio interiore da loro provato, sentendosi chiamati in causa come testimoni di un'epoca inenarrabile. Anche noi oggi siamo stati scaraventati in una situazione a dir poco surreale, con la fortuna di poter rimanere a casa con i nostri cari e non costretti a scendere in campo a suon di armi e di morte. Non è stato facile realizzare quanto ho detto e nemmeno ammettere che quella vissuta potesse essere effettivamente la realtà e non uno strano incubo. Tuttavia, ad un mese dall'#iorestoacasa, credo di essere pronta a rimettere in moto il blog, perciò eccomi qui con una nuova recensione, sperando che possa essere di compagnia per voi lettori.
Partiamo subito!
"Niente di nuovo sul fronte occidentale" è il primo vero successo letterario di Remarque. Si tratta di un romanzo-diario di guerra: l'autore di origine francese residente nella Sassonia Inferiore, infatti, nel novembre del 1916 era stato chiamato al servizio militare e, successivamente, mandato al fronte della Francia nord-occidentale presso Verdun, teatro della "battaglia delle Fiandre", uno fra i più aspri combattimenti della Prima Guerra Mondiale. Il rientro dalla guerra per Remarque, come per moltissimi altri, si rivela essere indiscutibilmente straziante. Egli era tribolato da continue depressioni e, cercando di superarle, cominciò a scrivere di getto... In una sorta di aforisma che precede il romanzo in sé, Remarque afferma:
"Questo libro non vuole essere nè un atto di accusa, né una confessione. Esso non è che il tentativo di raffigurare una generazione la quale -anche se sfuggì alle granate- venne distrutta dalla guerra."
Ho finito di leggere da pochissimi giorni la storia di Paolo Baumer e non potevo indugiare oltre nello scriverne la mia recensione... Il libro era riposto con cura in uno degli scaffali delle polverose mensole della libreria di casa e, qualche settimana fa, mentre cercavo "Il fu Mattia Pascal" di Pirandello, eccolo lì che spuntava dal settore "narrativa novecentesca". Ho cominciato a sfogliare qualche pagina: Remarque... Non sapevo pressoché nulla dell'autore e la curiosità ha decisamente preso il sopravvento. Ho dichiarato che sarebbe stata la mia prossima lettura. Dopo qualche pagina di introduzione, ho appurato che si trattava a tutti gli effetti di un tedesco... La cosa mi ha colpito. In passato ho letto altri libri imperniati attorno alle vicende della trincea, ma mai prima di "Niente di nuovo sul fronte occidentale" viste dal punto di vista della controparte, della componente sconfitta. Le poche righe sopra riportate, ad ogni modo, hanno chiarito senza troppi indugi le mie idee: la guerra è male e lo è per tutti. Non c'è fronte, non c'è popolo, non c'è essere umano che sopravviva incolume alle atrocità di una guerra, perchè, in fondo, in campo di battaglia, è solo l'uniforme a distinguere i miliardi di soldati mandati a morire sotto le granate.
Lo scritto di Remarque racconta le vicissitudini di un manipolo di giovani compagni di scuola che partono per la Grande Guerra sotto la benedizione di un loro professore, Kantorek, che, come moltissimi altri della sua generazione e non solo, era profondamente convinto che la guerra avrebbe giovato alla Patria e che gli ideali per cui si combatteva avrebbero cementificato quella gioventù di ferro chiamata a combattere. Paolo ha la medesima età dell'autore al momento della partenza, tante aspirazioni e fiducia nell'avvenire...
Lo scritto di Remarque racconta le vicissitudini di un manipolo di giovani compagni di scuola che partono per la Grande Guerra sotto la benedizione di un loro professore, Kantorek, che, come moltissimi altri della sua generazione e non solo, era profondamente convinto che la guerra avrebbe giovato alla Patria e che gli ideali per cui si combatteva avrebbero cementificato quella gioventù di ferro chiamata a combattere. Paolo ha la medesima età dell'autore al momento della partenza, tante aspirazioni e fiducia nell'avvenire...
"Kantorek direbbe che eravamo sulla soglia dell'esistenza; e in fondo è vero. Non avevamo ancora messo radici; la guerra, come un'inondazione ci ha spazzati via. Per gli altri, per gli anziani, essa non è che un'interruzione, al di là della quale possono ancora figurarsi qualcosa. Invece noi ne siamo stati ghermiti e non abbiamo idea di come possa andare a finire. Sappiamo soltanto che ci siamo induriti, in una forma strana e dolorosa, quantunque non ci si senta neppure più capaci di tristezza."
Quando si ha vent'anni ci si crede invincibili, si pensa di avere tutta la vita davanti. Tuttavia la vista di un uomo che crolla ucciso sotto i propri occhi fa ridimensionare nettamente la propria visione del mondo, ad un tratto così precario e caduco. Le certezze precipitano ed i sentimenti cominciano a svanire così come la capacità di riflessione. Verso la fine del romanzo, infatti, l'autore afferma, per mezzo della bocca di Paolo, che soltanto non pensando si può tentare di sopravvivere in un incerto equilibrio sopra la follia e, peraltro, basta un nonnulla perchè tale equilibrio si spezzi, magari anche solo un ciliegio in fiore che risveglia la memoria coi suoi ricordi silenziosi: visioni mute che parlano con lo sguardo ed i gesti. Questo silenzio, impenetrabile e commovente, è in ossimoro con la trincea, sempre affollata da un chiacchiericcio innaturale, dal ronzio delle granate, dal brontolio del fuoco... Questo silenzio stringe, non fa più respirare e può essere letale per la mente e per la vita. Cercare di non abbandonarsi al ricordo è problema di tutti e per questo è fondamentale avere qualcuno che ti sostenga. Pian piano, così, tra le pagine, il lettore scopre la forza del cameratismo e della solidarietà, dapprima concentrata nello scambio di salsicce, pezzi di pane e sigari in cambio di piccoli favori, poi elevata a impegno vitale gli uni nei confronti degli altri.
Interamente scritto in prima persona, il romanzo oscilla tra l'obiettività di un reportage giornalistico e l'intimità di un diario. Questa ambigua componente fa del romanzo uno scritto unico che restituisce un'analisi incredibilmente dettagliata della vita di un qualunque soldato. Paolo, alter ego dell'autore, è un personaggio estremamente dinamico: inizialmente sembra vestire i panni di mero narratore, poi, via via, ci permette di scoprire i suoi pensieri, le sue paure, i suoi dubbi. Ne deriva un quadro psicologico estremamente complesso che ci fornisce una descrizione completa del protagonista. Il lettore segue i suoi passi, conosce Alberto Kropp, Muller che biascica ancora definizioni di fisica e matematica sognando sessioni supplementari di esame, Leer, Tjaden, la buona forchetta della compagnia, Haje Westhus e Kat, il capo della squadra di Paolo, occhi azzurri e faccia terrea. Il lettore non si ferma: conosce il fango, il terrore che sale per la schiena, le sepolture sconsacrate devastate da un attacco improvviso, la lotta contro i ratti che rubano le piccole provviste dei soldati, il sangue, la morte che si fa beffe del futuro di tanti "abili al servizio" e delle persone che li piangono...
Le giornate in trincea, del resto, sono sempre uguali. Sospese. Sembrano durare anni interi...
Interamente scritto in prima persona, il romanzo oscilla tra l'obiettività di un reportage giornalistico e l'intimità di un diario. Questa ambigua componente fa del romanzo uno scritto unico che restituisce un'analisi incredibilmente dettagliata della vita di un qualunque soldato. Paolo, alter ego dell'autore, è un personaggio estremamente dinamico: inizialmente sembra vestire i panni di mero narratore, poi, via via, ci permette di scoprire i suoi pensieri, le sue paure, i suoi dubbi. Ne deriva un quadro psicologico estremamente complesso che ci fornisce una descrizione completa del protagonista. Il lettore segue i suoi passi, conosce Alberto Kropp, Muller che biascica ancora definizioni di fisica e matematica sognando sessioni supplementari di esame, Leer, Tjaden, la buona forchetta della compagnia, Haje Westhus e Kat, il capo della squadra di Paolo, occhi azzurri e faccia terrea. Il lettore non si ferma: conosce il fango, il terrore che sale per la schiena, le sepolture sconsacrate devastate da un attacco improvviso, la lotta contro i ratti che rubano le piccole provviste dei soldati, il sangue, la morte che si fa beffe del futuro di tanti "abili al servizio" e delle persone che li piangono...
Le giornate in trincea, del resto, sono sempre uguali. Sospese. Sembrano durare anni interi...
"Accanto a noi vediamo scorrere il tempo sui volti scoloriti dei morenti; noi inghiottiamo cibo, corriamo, spariamo, uccidiamo, giacciamo come morti qua e là per terra, siamo deboli e intontiti; e ci sosteniamo soltanto per questo, che altri, più di noi estenuati, più abbruttiti, più confusi, ci guardano con gli occhi sbarrati, e ci considerano come semidei capaci di fuggire, qualche volta alla morte."
Gli unici motivi di svago sono le partite a carte, le corse clandestine alla ricerca di un'oca per cena, una notte con delle donne francesi, con quei loro occhi penetranti che sanno... Eccome se sanno.
D'altro canto non si spera nemmeno più nella possibilità di licenza: tornare a casa è peggio che stare in trincea se poi si sa che si deve partire di nuovo, forse per non tornare più indietro. Come glielo spieghi alla mamma? Come fai a dire a parole tutto quello che senti?
Tra i soldati inglesi che testimoniarono l'assurdità della guerra, Siegfried Sassoon scrisse: "I believe that the war is being deliberately prolonged by those who have the power to end it." La guerra, insomma, si dimostra ulteriormente essere un affare politico!
Remarque, con sguardo critico e disincantato, scandaglia con attenzione le vicende e non tralascia nulla. Senza troppi giri di parole arriva dritto al punto: non c'è da meravigliarsi, alla luce dei commenti riportati e dei fatti narrati, che al momento della sua pubblicazione il romanzo sia stato molteplicemente additato come antimilitarista e che sia balzato al centro del dibattito pubblico. Remarque venne accusato di antipatriottismo e di disfattismo da conservatori e nazionalsocialisti e questi ultimi alimentarono una campagna diffamatoria nei suoi confronti, accusandolo di essere ebreo e di non aver mai combattuto sul fronte come diceva. "Niente di nuovo sul fronte occidentale" fu dichiarata "opera degenerata" e nel '33 tutte le copie del romanzo rinvenute a Berlino furono bruciate pubblicamente. L'epilogo di queste persecuzioni ai danni dello scrittore si ebbe quando nel 1938 gli venne persino tolta la cittadinanza tedesca.
D'altro canto non si spera nemmeno più nella possibilità di licenza: tornare a casa è peggio che stare in trincea se poi si sa che si deve partire di nuovo, forse per non tornare più indietro. Come glielo spieghi alla mamma? Come fai a dire a parole tutto quello che senti?
"Che povera cosa è, così nel suo letto, colei che mi ama sopra ogni bene! Mentre voglio allontanarmi, mi mormora ancora in fretta:- Ti ho procurato due paia di mutande. E' buona lana. Ti terrà caldo. Non scordarti di portarle con te.- Ah, mamma. Io so quanto ti sono costate quelle due paia di mutande, di corse, di affanni e di umiliazioni! Ah, mamma mamma. Come è possibile che io ti debba lasciare? Chi ha un diritto sopra la mia persona, più di te? Eccomi qui seduto e tu stai lì distesa, e quante cose dobbiamo dirci che non ci diremo mai... -Buona notte mamma.--Buona notte, piccolo mio.-"La licenza riporta la speranza, annulla l'indifferenza e risveglia da quel torpore costruito a fatica sul campo di battaglia. Ripristina quella capacità di pensiero che illumina ogni cosa con nuova possibilità di interpretazione e allora diventa tutto così chiaro...
"Un ordine ha trasformato queste figure silenziose in nostri nemici; un altro ordine potrebbe trasformarli in amici. Intorno a un tavolo un foglio scritto viene firmato da pochi individui che nessuno di noi conosce, e per anni diventa nostro scopo supremo ciò che in ogni altro caso provocherebbe il disprezzo di tutto il mondo e la pena più grave. Chi può distinguere e giudicare , quando vedi questi poveri esseri silenziosi coi loro volti di fanciulli e con le loro barbe d'apostoli! Ogni sottufficiale per la sua recluta, ogni professore per i suoi alunni è un nemico peggiore che costoro non siano per noi. Eppure noi torneremmo a sparare su di loro ed essi contro di noi, se fossero liberi..."Paolo, vicino ad un campo di prigionia per russi, medita sulle cause che conducono alla guerra. Si strugge nel tentativo di trovare almeno un buon motivo per cui fosse giusto combattere contro di loro, o contro i francesi, o contro gli inglesi... Ma non lo trova. Nella sua mente riesce soltanto a riprodurre il nitrito impazzito del cavallo morente che aveva sentito a pochi chilometri dalla trincea... Povera bestia. Paolo sa che questi pensieri lo avrebbero condotto all'abisso ed è così che, di nuovo in campo, perso e sotterrato nell'acqua putrida delle buche di difesa, dopo aver colpito un nemico nel tentativo di difendersi, Paolo si trascina sull'orlo dell'impazzimento. "Io dunque ho ucciso il tipografo Gerard Duval. Io devo diventare tipografo, penso tutto smarrito, devo diventare tipografo, tipografo..." Povera donna che lo aspetta a casa e si consola con le lettere che le continuano ad arrivare del marito, anche dopo la morte dello stesso per via delle consegne troppo lente. Povera donna, ma che ne sai lei cos'è la guerra. La mia vita per la tua... Kat, punto di riferimento di Paolo, suo mentore e amico, avrebbe spiegato, poche pagine innanzi, che la guerra, quando viene pensata, la si pensa tra gli Stati, non di certo tra le persone. Un calzolaio o un tipografo francese non può avercela con un giovane tedesco... E poi, ammette Kat, si sa che un Imperatore per diventare famoso ha bisogno di portare avanti una guerra, basta dare uno sguardo ai libri di storia!
Tra i soldati inglesi che testimoniarono l'assurdità della guerra, Siegfried Sassoon scrisse: "I believe that the war is being deliberately prolonged by those who have the power to end it." La guerra, insomma, si dimostra ulteriormente essere un affare politico!
Remarque, con sguardo critico e disincantato, scandaglia con attenzione le vicende e non tralascia nulla. Senza troppi giri di parole arriva dritto al punto: non c'è da meravigliarsi, alla luce dei commenti riportati e dei fatti narrati, che al momento della sua pubblicazione il romanzo sia stato molteplicemente additato come antimilitarista e che sia balzato al centro del dibattito pubblico. Remarque venne accusato di antipatriottismo e di disfattismo da conservatori e nazionalsocialisti e questi ultimi alimentarono una campagna diffamatoria nei suoi confronti, accusandolo di essere ebreo e di non aver mai combattuto sul fronte come diceva. "Niente di nuovo sul fronte occidentale" fu dichiarata "opera degenerata" e nel '33 tutte le copie del romanzo rinvenute a Berlino furono bruciate pubblicamente. L'epilogo di queste persecuzioni ai danni dello scrittore si ebbe quando nel 1938 gli venne persino tolta la cittadinanza tedesca.
Certo, aveva proprio ragione Pirandello quando scriveva ne "Il fu Mattia Pascal" che noi troppo spesso ci dimentichiamo di essere atomi infinitesimali "e siamo capaci di azzuffarci per un pezzettino di terra o dolerci di certe cose che, ove fossimo veramente compenetrati di quello che siamo, dovrebbero parerci miserie incalcolabili". Ancora oggi le guerre del secolo scorso non sembrano averci insegnato nulla... Non è vero che la gente del duemila sa più di quella di qualche decennio fa. Non sappiamo imparare niente: ci conformiamo ai desideri dei molti, abbiamo continuamente fame di potere, di denaro e ci struggiamo per ciò che non abbiamo.
Il romanzo che ho cercato di raccontarvi è un colpo allo stomaco. Il lettore è lì a combattere, in ospedale, tra le reclute, anestetizzato dal cloroformio, soffocato dai gas tossici. E' lì, spettatore del Male. Un male che nasce da noi uomini, perpetrato verso altri uomini. Un male che scegliamo noi, che esiste perchè noi lo veicoliamo e non come entità assoluta ed esistente di per sè. Il male è banale avrebbe detto Hannah Arendt.
Dunque, potrei concludere: "Niente di nuovo dal 2020".
O forse c'è speranza, che l'emergenza che ci travolge possa risvegliare le giuste priorità e la nostra terribile e meravigliosa umanità?
Siamo arrivati al dunque: ricordando che si tratta solo di un mio parere strettamente personale, ho deciso di valutare ciascun libro che recensisco e di farlo con l'aiuto di un simbolo...
Il romanzo che ho cercato di raccontarvi è un colpo allo stomaco. Il lettore è lì a combattere, in ospedale, tra le reclute, anestetizzato dal cloroformio, soffocato dai gas tossici. E' lì, spettatore del Male. Un male che nasce da noi uomini, perpetrato verso altri uomini. Un male che scegliamo noi, che esiste perchè noi lo veicoliamo e non come entità assoluta ed esistente di per sè. Il male è banale avrebbe detto Hannah Arendt.
Dunque, potrei concludere: "Niente di nuovo dal 2020".
O forse c'è speranza, che l'emergenza che ci travolge possa risvegliare le giuste priorità e la nostra terribile e meravigliosa umanità?
Siamo arrivati al dunque: ricordando che si tratta solo di un mio parere strettamente personale, ho deciso di valutare ciascun libro che recensisco e di farlo con l'aiuto di un simbolo...
Che, per rimanere in tema, sarà... Un'onda!
Il punteggio per ciascun libro sarà compreso tra una e tre onde...
Tre onde: un libro talmente bello, particolare, interessante... Che merita di essere ASSOLUTAMENTE LETTO PIU' DI UNA VOLTA NELLA VITA!
🌊🌊🌊
Non poteva essere diversamente: una pietra miliare della letteratura che dovrebbe essere un pietra miliare nella vita di ciascuno di noi. D'altra parte l'ho ammesso subito. Nell'intestazione del blog. Credo nei libri che insegnano, come maestri in carne ed ossa.
Dove acquistarlo?
Sull'autore...
Erich Paul Remarque nasce nella Sassonia inferiore a Osnabruck il 22 giugno del 1898 da una famiglia cattolica di origine francese, emigrata in Germania ai tempi della Rivoluzione. Per non dimenticare le proprie origini, lo scrittore avrebbe deciso in seguito di firmare le proprie opere ripristinando la grafia francese del proprio cognome e sostituendo il nome "Paul" con "Maria", in omaggio al ricordo della mamma.
Remarque, dopo aver frequentato la scuola dell'obbligo, entra nel seminario cattolico di Osnabruck che, gratuitamente, consentiva ai ragazzi meritevoli di proseguire gli studi. Da adolescente Remarque si dedica alla lettura e con profitto agli studi che, tuttavia, è costretto ad interrompere a causa della guerra. Egli combatte sul fronte occidentale e le atrocità che si trova costretto a vivere saranno forza plasmante del suo essere. Infatti, al termine della Grande Guerra, Remarque non è più lo stesso di prima e comincia la sua attività letteraria cercando di liberarsi dal peso gravoso della propria coscienza, macchiata dalla morte ancor prima che egli potesse iniziare a vivere. Nel 1919 egli completa gli studi e comincia ad insegnare anche se solo per un breve periodo. Le sue successive occupazioni gli lasciano lo spazio per dedicarsi alla stesura del suo primo romanzo: "La bottega dei sogni" che non ebbe, tuttavia, il successo sperato. Nello stesso periodo l'autore scrive diversi articoli musicali e si avvicina sempre di più al mondo della cinematografia. Nel 1924 ottiene un posto come redattore nella rivista "Sport im Bild" a Berlino. La formazione giornalistica si rivela essere importante per la costruzione della personalità letteraria di Remarque che, nel 1927, comincia a scrivere "Niente di nuovo sul fronte occidentale", pubblicato, poi, nel 1929. Qualche anno dopo, in seguito ai vituperi che è costretto a subire da parte dei nazionalsocialisti, egli si trasferisce prima in Svizzera, nei pressi di Ascona, poi a Parigi e, infine, in America dove rimane così a lungo da ottenere la cittadinanza statunitense. Nel 1941 Remarque pubblica "Ama il prossimo tuo" in cui vengono descritte le traversie dei profughi tedeschi e in cui viene fermamente ribadita un'assoluta condanna della guerra. A New York e Los Angeles Remarque, pur non abbandonando il suo atteggiamento schivo, conosce diversi esuli famosi come gli scrittori Feuchtwanger e Zuckmeyer e personaggi del cinema che lo reintroducono in un mondo che già lo aveva affascinato anni e anni prima. Nel 1956 Remarque scrive la sceneggiatura per "Ten days to die", film che riproduce gli ultimi giorni di vita di Hitler. Sul finire degli anni '60 Remarque torna a soggiornare in Svizzera dove inizia a scrivere il suo ultimo romanzo "Ombre in paradiso" che rievoca la sua esperienza americana, opera pubblicata postuma. L'autore, infatti, muore a Locarno il 25 settembre 1970.
Remarque, dopo aver frequentato la scuola dell'obbligo, entra nel seminario cattolico di Osnabruck che, gratuitamente, consentiva ai ragazzi meritevoli di proseguire gli studi. Da adolescente Remarque si dedica alla lettura e con profitto agli studi che, tuttavia, è costretto ad interrompere a causa della guerra. Egli combatte sul fronte occidentale e le atrocità che si trova costretto a vivere saranno forza plasmante del suo essere. Infatti, al termine della Grande Guerra, Remarque non è più lo stesso di prima e comincia la sua attività letteraria cercando di liberarsi dal peso gravoso della propria coscienza, macchiata dalla morte ancor prima che egli potesse iniziare a vivere. Nel 1919 egli completa gli studi e comincia ad insegnare anche se solo per un breve periodo. Le sue successive occupazioni gli lasciano lo spazio per dedicarsi alla stesura del suo primo romanzo: "La bottega dei sogni" che non ebbe, tuttavia, il successo sperato. Nello stesso periodo l'autore scrive diversi articoli musicali e si avvicina sempre di più al mondo della cinematografia. Nel 1924 ottiene un posto come redattore nella rivista "Sport im Bild" a Berlino. La formazione giornalistica si rivela essere importante per la costruzione della personalità letteraria di Remarque che, nel 1927, comincia a scrivere "Niente di nuovo sul fronte occidentale", pubblicato, poi, nel 1929. Qualche anno dopo, in seguito ai vituperi che è costretto a subire da parte dei nazionalsocialisti, egli si trasferisce prima in Svizzera, nei pressi di Ascona, poi a Parigi e, infine, in America dove rimane così a lungo da ottenere la cittadinanza statunitense. Nel 1941 Remarque pubblica "Ama il prossimo tuo" in cui vengono descritte le traversie dei profughi tedeschi e in cui viene fermamente ribadita un'assoluta condanna della guerra. A New York e Los Angeles Remarque, pur non abbandonando il suo atteggiamento schivo, conosce diversi esuli famosi come gli scrittori Feuchtwanger e Zuckmeyer e personaggi del cinema che lo reintroducono in un mondo che già lo aveva affascinato anni e anni prima. Nel 1956 Remarque scrive la sceneggiatura per "Ten days to die", film che riproduce gli ultimi giorni di vita di Hitler. Sul finire degli anni '60 Remarque torna a soggiornare in Svizzera dove inizia a scrivere il suo ultimo romanzo "Ombre in paradiso" che rievoca la sua esperienza americana, opera pubblicata postuma. L'autore, infatti, muore a Locarno il 25 settembre 1970.

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