Autore: Carlo Cassola
Data di pubblicazione: 1952
Numero pagine: 282
Quarta di copertina: "Volterra, anni Trenta. Fausto e Anna vivono l'incanto del primo amore tra inquietudini adolescenziali e condizionamenti dell'ambiente. Si ritrovano anni dopo -Fausto partigiano, Anna moglie e madre- separati per sempre da cammini differenti. Il passaggio all'età adulta si eleva a paradigma della crescita attraverso scelte responsabili, misurate sullo scarto tra l'ideale, inseguito nella irresolutezza intellettuale di Fausto e il reale, incarnato dalla pragmaticità meno esitante di Anna. Vicenda amorosa ed esperienza dell'impegno, vita e destini si fondono mirabilmente nel realismo antiretorico di Cassola, che fa di questo romanzo un capolavoro della letteratura del dopoguerra."
13^recensione
Buongiorno a tutti, lettrici e lettori!
Mea culpa. Sono stata assente per un po', ma gli impegni quotidiani mi hanno letteralmente travolta...
Dunque. La tematica che abbiamo iniziato ad affrontare con le due letture precedenti è quella della Resistenza partigiana. Oggi, quindi, vi propongo un terzo romanzo riguardo la medesima tematica. Una lettura affatto scontata e che ha fatto chiacchierare molto al momento della sua uscita.
Nessuno spoiler! Che incominci la recensione: ciak si legge!
“Fausto e Anna” è un romanzo di carattere autobiografico scritto da Carlo Cassola, la cui gestazione fu straordinariamente rapida. In appena due mesi verso la fine del 1949, lo scritto era pronto. Tuttavia, le cose non furono allo stesso modo facili anche per la pubblicazione: il romanzo, con la sua mole di quattrocento pagine ed il nome originale di “Anna ed i comunisti”, incontrò lo sfavore della critica e delle case editrici.“Vi facevo il processo a me stesso, cioè a Fausto: presentandolo in due esperienze fallimentari: un’esperienza amorosa (che fallisce per sua colpa) e l’esperienza dell’impegno politico durante la Resistenza. Qui però finivo quasi per dar ragione a Fausto, per lo meno dargli ragione nei confronti dei comunisti, e questo mi attirò i fulmini di “Rinascita”, prima per mano di un critico, poi di Togliatti stesso. L’accusa era di aver diffamato la Resistenza. Me la fecero anche altri, anche dei non comunisti. Mi amareggiò molto, anche se ero convinto di aver ragione.”
Bompiani e
Mondadori si rifiutarono di pubblicare.
Solo tre anni più
tardi, dopo una rielaborazione del testo da parte dell’autore ed un moderato
incoraggiamento da parte di Italo Calvino, che, in un primo momento, aveva
denigrato il romanzo con aspri commenti riguardo il suo carattere di
(apparente) cronaca e (apparente) mancanza di contenuto, che adesso ha gran
voglia di rileggere “l’opus magnum” di Cassola e col beneplacito di Vittorini, finalmente “Fausto e Anna” fa la sua comparsa
nella narrativa novecentesca nella collana sperimentale “I gettoni”, Einaudi.
E’ il 29 febbraio
1952. La data è singolare, così come ben presto si dimostra essere l’opera di
Cassola: un romanzo che governa la possibile effusione sentimentale e trasfigura
il referto storico, con subliminale architettura, per dirla con le parole dello
stesso autore.
Fausto
e Anna: il
battito quotidiano della vita e della Resistenza partigiana. Potrei finire così
la mia recensione, perché, in realtà non c’è molto altro da dire e mi spiace,
quasi, di sciupare l’incanto teso tra queste pagine, magari con la stessa
goffaggine e confusione del protagonista Fausto, che le parole spesso portano.
Ebbene, tuttavia
comprendo gli oneri di un recensore e la curiosità suscitata dalla citazione in
incipit…
Sì, infatti non si
tratta di un breve passo tratto dal romanzo, ma di un frammento di una delle
molteplici lettere scambiate tra Cassola e Indro Montanelli, grande giornalista
del secolo scorso: il ‘49, racconta al suo destinatario in una lettera del
febbraio del ’66, è un anno particolarmente difficile. La sconvolgente perdita
di sua moglie dà inizio ad una svolta importante nella vita dell’autore che
decide di avviare un vero e proprio processo contro la mutilazione avvenuta in
passato a danno del suo modo di fare poetica, teso solo all’esprimere
l’emozione esistenziale… Ne sarebbe dovuto uscire il suo primo romanzo, nel
senso vero del termine: “con la psicologia, la trama, la tesi, insomma, con
tutte le strutture narrative tradizionali… Che fino ad allora avevo cercato di
svuotare…”.
Profonde scosse
interiori inondavano l’animo di Cassola: anche in ambito politico il terreno
frana sotto i suoi piedi… I turbamenti, la profonda necessità e voglia di rinnovamento
scuotono la fantasia dell’autore che dà vita così ai due protagonisti: Anna ed
il suo alter ego, Fausto.
Il luogo: la
Maremma toscana, tra Volterra e San Ginesio…
La
trama: “Vacanze a San Ginesio” e “Baba”, due dei suoi precedenti racconti. La Resistenza
sullo sfondo.
“Nei contrasti della vita partigiana, che piglio! Che verità, sprezzante verità, da cronista antico e rimettici il gusto della sua lingua netta, sempre, e il suo occhio fedele ed il coraggio, non per spavalderia, ma come grido d’un’anima offesa. Questo è Cassola, intendo non lui, ma il libro che ha arricchito di sé e vi s’è dimenticato intero.” “Il Nuovo Corriere”, Giuseppe de Robertis, 29 maggio ’52
Ma le cose non
andarono come previsto… Le critiche furono molteplici, con chi, fermandosi ad
una lettura superficiale, senza scendere nel profondo del romanzo, trovò
sconsiderati e senza senso logico i ragionamenti di Fausto. Senza parlare poi
del trattamento riservato alla Resistenza, infangata nei suoi tratti gloriosi,
con i quali doveva essere ricordata…
Cassola non la
pensava così. Già ci aveva pensato la guerra a limitare qualsiasi libertà, di
pensiero e parola.
Già ci aveva
pensato la guerra ed i suoi giochi retorici ad incastrare i destinatari di
discorsi e letteratura…
La vita partigiana
aveva tanto alle spalle che ancora non era stato raccontato, non si trattava di
demolire la Resistenza, ma di smitizzarla. Questo sì.
“Tutti gli artisti sono amici e consolatori. La loro arte consola gli uomini, ma gli uomini non li riconoscono e li crocifiggono. Poi, dopo che li hanno crocifissi, li mettono sugli altari. Capisci quello che voglio dire?”
E del resto questa
legge è sempre valsa. E Cassola non ha fatto eccezione.
Oggi leggiamo
l’edizione, sempre Einaudi, del 1958. Nel continuo tentativo di migliorare il
suo scritto e di migliorarsi, vergognandosi dell’instabilità esistente nel suo
stesso credo politico e che si rifletteva nel romanzo, Cassola modifica a fondo
il romanzo nella sua struttura con tagli netti nel racconto.
Fausto Errera e Anna Mannoni s'incontrano casualmente un giorno di inizio autunno a Volterra, dove vive Anna, mentre, il ragazzo, che abita a Roma con la famiglia, si trova nella cittadina in vacanza. Tra i due giovani scatta subito un'attrazione reciproca, anche se i successivi incontri si limitano ad un semplice cenno di saluto. Fausto è un giovane dalle idee confuse, combattuto per la scelta della facoltà universitaria... Anna ha già il destino tracciato: sarà moglie e madre, "ormai tutto è stabilito nella mia vita, non può cambiare nulla", lei lo ripete spesso, con un sottile velo di scontento e disincanto.
Passa l'estate e passa l'anno. Torna, quindi, la bella stagione e anche Fausto è tornato a percorrere le vie di Volterra, cercando con lo sguardo Anna...
Tutte premesse di una... Bella storia d'amore.
Fausto è per Anna il mondo che non conosce.
Anna è per Fusto purezza incontaminata, che ricerca.
Ad Anna basta questo... Le basta sapere che Fausto la ami, pur sembrandole strano che un cittadino, un ragazzo di mondo come Fausto, scelga la compagnia di una come lei, ragazza di provincia... Mentre Fausto, alla ricerca del proprio posto nel mondo e nel tentativo di comprendersi, cerca di costruire una figura di sè che, in realtà, non gli appartiene, tendendo così bene al sicuro idee e sentimenti: quante volte l'autore, che tutto sa dei personaggi che popolano queste pagine, narratore onnisciente, che tutti accarezza cogliendone le sfumature dell'anima, attribuisce all'insicuro e maldestro Fausto la parola "falso"... Un amore delicato, mai consumato, in cui basta un bacio rubato per mettere in agitazione i due innamorati; un amore in cui Anna accetta le continue provocazioni di Fausto, che ne mette in evidenza i difetti e talvolta la insulta, deridendola per le sue aspirazioni piccolo borghesi che però, nel suo intimo, lo affascinano.
Cassola, con estrema delicatezza, sembra essersi appollaiato in un angolo, spettatore della storia. Prende, così, per mano il lettore e lo accompagna nella vita di ciascuno, tra le pareti del cuore e della mente da dove affiorano i pensieri più segreti, quelli che ognuno terrebbe solo per sé. E' strano poter avere così ampio accesso, uno sguardo così integrale sull'intimità delle famiglie, ragazzi in crescita, in piena adolescenza, soggetti ai numerosi dubbi sul proprio ruolo, sul perchè di quello che si prova, che spesso non è chiaro nemmeno ai ragazzi stessi. Ma è chiaro a Cassola che porta in superficie personaggi semplificati ai minimi termini, alle minime emozioni, cosicché un po' tutti ci si possano, forse, rivedere. E' chiaro il tentativo dell'autore di essere un degno rappresentante della letteratura neorealista, ma, ancor di più, di quel che lui chiama "subliminalismo" e di questo parleremo ancora.
Fausto, scosso come l'autore, dai suoi moti interiori che non trovano nè sfogo, nè causa, alterna momenti di violenta e assolutamente ingiustificata gelosia a periodi di profondo amore e rispetto nei confronti di Anna. Ma il dolore della relazione si fa presto straziante, Anna sa che non è così, nella tristezza e nelle lacrime, che dovrebbe andare un amore. Lascia Fausto e prosegue la sua vita, come deve essere, accettando la corte di Miro, contadino buoni, semplice e senza troppe ambizioni, ma garante di una vita serena fatta dei piccoli piacevoli momenti di quotidianità.
Inizia la seconda parte del romanzo.
Passano gli anni e si rincontra Fausto, che sembra essere esattamente quello che si è lasciato capitoli e capitoli prima. Eugenio Montale avrebbe commentato nel '66, in un articolo pubblicato sul Corriere della Sera che "l'arte di Cassola tende sempre ad essere un'arte del silenzio e non importa che questo silenzio sia spesso riempito da chicchessia, perchè l'attenzione batte sempre sul non detto." E non si riferiva al non detto retorico che Cassola, infatti, odiava. Un non detto sostanziale. Così non ci meraviglia che Fausto, ad esempio, lasciato pagine addietro, non sembri minimamente cambiato...
Divenuto professore, Fausto incontra Baba, convinto comunista, che ammira e che decide di seguire nella lotta partigiana, seguita dall'armistizio che rimane rumore di fondo: in primo piano la vita, quella di tutti i giorni, che scorre inesorabile "senza grandi accadimenti, ma la vita accade", che travolge gli uomini. Travolge Fausto, figura contraddittoria fino alla fine... Con i suoi fallimenti, ma non Anna: lei asseconda la corrente, si accontenta, non può dirsi felice, si sente vagamente scontenta eppure sa riconoscere i rari piccoli doni che la vita le offre, fosse anche solo l'aria pura e pungente del mattino ed il cinguettare degli uccellini.
Chi è dunque Fausto?
Un intellettuale borghese nel quale lo scrittore si rivede, ma senza indugiare in autocelebrazioni. Tutto il contrario: mettendo in evidenza i suoi moti interiori e la sua crescita morale, che avviene indiscussamente, nonostante tutto sembri fallire per Fausto. Crescita prevista da un Bildungsroman che si rispetti, come è Fausto e Anna. Ed è protagonista di questo romanzo di formazione, costretto a scegliere l'unica strada possibile tra cento. Vista così la stessa immaturità, che risulta spesso fin troppo evidente, gli conferisce un che di romanzesco.
Chi è Anna?
"Ad Anna dispiaceva dar noia; dispiaceva soprattutto che la gente si occupasse di lei. Cercava sempre di passare inosservata."
Anna. Be', Anna è un miscuglio di candore, pragmatismo ed ingenuità. Non sta mai ferma in se stessa, cambia continuamente umore. Sembra semplice. Ma l'ho detto... Tutti i personaggi di Cassola sembrano di facile interpretazione. Ma solo da lontano. Poi ti avvicini e tutto si complica. Da un lato Anna fa pensa alle Madri Celesti dei manieristi, sempre affrante e sfinite... E stanche. Dall'altro, sembra tutto il contrario.
Di certo è subito chiaro che i due protagonisti affrontino in maniera molto diversa il domani. Anna si culla e non si aspetta nulla... Sa che le cose devono andare in un modo e le gusta così come vengono. Fausto non demorde. Cerca di rispondere ad un desiderio intrinseco, ad un bisogno dell'anima che non trova riscontro. Perciò si getta nella lotta partigiana (sfondo del romanzo, non propriamente protagonista)... Con spavalderia, mettendo alla prova le sue labili convinzioni già incerte. Non pone fine al suo dissidio interiore. S'interroga. E questo permette all'autore di rivelare il lato più oscuro della Resistenza che sempre era stato taciuto.
Fausto, partigiano della 93^ brigata Garibaldi , racconta di cinque azioni partigiane che si trova a vivere.
La prima: una sospettata spia, uccisa da un partigiano, Giovanni. Pugnale puntato al collo.
La terza: siamo a Travale. Una squadra di dodici partigiani era scesa in ricognizione presso il versante meridionale del Monte Capanne, luogo in cui avevano costruito il campo. All'improvviso l'allarme. I tedeschi si aggirano per le strade del paese e Fausto, col cuore in gola, non ci pensa due volte a dare l'ordine a Boris, suo compagno, di sparare col Bren. Wilhelm Fritsche, moglie e figli. Che assurdità la guerra!
La quinta: il giovane Cannone muore diciottenne... Era andato a prelevare un capitano tedesco. Che assurdità la guerra!
Com'è difficile essere un partigiano! Fausto comincia a capire e qui, a mio avviso, sta la chiave di volta per intendere la dinamicità di questo personaggio... La sua scelta di partecipare a questa lotta partigiana, guerra civile avuta inizio l'8 settembre del 1943, assume dei contorni più chiari... Sfilano davanti agli occhi di Fausto le immagini dei tanti che aveva conosciuto nel corso dei mesi sul Monte Voltrajo e sul Monte Capanne, così sfilano sulle pagine sotto gli occhi del lettore: Vailo, Giovanni, Ivan, Baba... Claudio, con la sua "rabbia nazista", il coltello sempre pronto, il fucile sempre spianato; Giulio... L'inglese, i montenegrini, gli austriaci. Loro, lui... Tutti combattevano per degli ideali, per solidarietà, per giustizia e senso di fratellanza, ma in realtà ognuno aveva, alle spalle delle questioni politiche, una questione privata da vendicare come dirà allo stesso modo Beppe Fenoglio.
Infine l'incontro con Anna, così atteso da Fausto... Tuttavia il tempo per la loro storia è terminato e Nora, cugina di Anna (connotata da un caratteristico spirito libero che nelle prime pagine Anna le invidia, presto perduto nella presa di consapevolezza che la vita, di fatto, è bella per la quotidianità, la famiglia e le piccole cose...), glielo rammenta. Cassola scrive, infatti, nelle ultime pagine: "Nessun sentimento forte può essere duraturo." Così, per Fausto, finisce la stagione partigiana e definitivamente la storia con Anna.
Mario Luzi fu uno dei primi a ben intendere l'opera di Cassola. Disse che si trattava di uno scritto che esige molta intelligenza. Cassola secondo lui è uno degli scrittori più difficili che ci siano. E' stato accusato di facilità e questo dimostra appunto l'ottusità di chi a pronunciato questo giudizio. "E' uno scrittore molto difficile, non nel senso della testualità apparente, ma nel senso della giustezza dell'ascolto." La sua prosa è apparentemente dimessa, apparentemente molto distante dalla retorica. Ci ricorda tanto il paesaggio scarno e sensibile della Maremma Toscana... Nell'arco dei quindici anni in cui è ambientata la storia, dal 1930 al 1945, solo delle leggere increspature smuovono la superficie uniforme della prosa: i dialoghi tra i personaggi presentano spesso cadenze dialettali che danno nuovo ritmo alla lettura. Essi non sono stati introdotti dall'autore per rappresentare semplicemente il vero. Cassola voleva superare il neorealismo del suo tempo, secondo lui troppo legato alla realtà come oggettivamente appare. Il segreto era quello di interpretare un piccolo insignificante gesto quotidiano alla ricerca del senso di una vita, quello di rompere il velo opaco che impedisce ai più di cogliere la vera realtà, quella "sub limen", sotto il limite della comune interpretazione delle cose.
Impedisce ai più, ma non a Cassola che con maestria riesce a coglierne l'essenza.
Quindi sì, chapeau per Cassola per l'abilità dimostrata nello scrivere un romanzo unico nella letteratura resistenziale con uno straordinario racconto che intende non di certo sminuire la lotta partigiana, ma corrispondere allo sguardo integrale sulla dimensione antropologica dei personaggi, i quali emergono nelle loro vertità esistenziali, non quali maschere astratte che illuminano valori ideali, ma con le loro crisi così meravigliosamente umane.
Tuttavia, quello che ho apprezzato di più nella lettura è stata la capacità dello scrittore di spogliare gli avvenimenti e le persone solo attraverso alcune efficaci descrizioni...
Ho sempre pensato che qualcuno che riesce a raggiungere così nel profondo, così intimamente l'animo umano con ciò che vi nasce e vi muore, nelle variazioni del tempo, con uno sguardo che ormai sembra essere perduto, sia semplicemente in grado di smuovere il mondo.
Passa l'estate e passa l'anno. Torna, quindi, la bella stagione e anche Fausto è tornato a percorrere le vie di Volterra, cercando con lo sguardo Anna...
Tutte premesse di una... Bella storia d'amore.
Fausto è per Anna il mondo che non conosce.
Anna è per Fusto purezza incontaminata, che ricerca.
Ad Anna basta questo... Le basta sapere che Fausto la ami, pur sembrandole strano che un cittadino, un ragazzo di mondo come Fausto, scelga la compagnia di una come lei, ragazza di provincia... Mentre Fausto, alla ricerca del proprio posto nel mondo e nel tentativo di comprendersi, cerca di costruire una figura di sè che, in realtà, non gli appartiene, tendendo così bene al sicuro idee e sentimenti: quante volte l'autore, che tutto sa dei personaggi che popolano queste pagine, narratore onnisciente, che tutti accarezza cogliendone le sfumature dell'anima, attribuisce all'insicuro e maldestro Fausto la parola "falso"... Un amore delicato, mai consumato, in cui basta un bacio rubato per mettere in agitazione i due innamorati; un amore in cui Anna accetta le continue provocazioni di Fausto, che ne mette in evidenza i difetti e talvolta la insulta, deridendola per le sue aspirazioni piccolo borghesi che però, nel suo intimo, lo affascinano.
Cassola, con estrema delicatezza, sembra essersi appollaiato in un angolo, spettatore della storia. Prende, così, per mano il lettore e lo accompagna nella vita di ciascuno, tra le pareti del cuore e della mente da dove affiorano i pensieri più segreti, quelli che ognuno terrebbe solo per sé. E' strano poter avere così ampio accesso, uno sguardo così integrale sull'intimità delle famiglie, ragazzi in crescita, in piena adolescenza, soggetti ai numerosi dubbi sul proprio ruolo, sul perchè di quello che si prova, che spesso non è chiaro nemmeno ai ragazzi stessi. Ma è chiaro a Cassola che porta in superficie personaggi semplificati ai minimi termini, alle minime emozioni, cosicché un po' tutti ci si possano, forse, rivedere. E' chiaro il tentativo dell'autore di essere un degno rappresentante della letteratura neorealista, ma, ancor di più, di quel che lui chiama "subliminalismo" e di questo parleremo ancora.
Fausto, scosso come l'autore, dai suoi moti interiori che non trovano nè sfogo, nè causa, alterna momenti di violenta e assolutamente ingiustificata gelosia a periodi di profondo amore e rispetto nei confronti di Anna. Ma il dolore della relazione si fa presto straziante, Anna sa che non è così, nella tristezza e nelle lacrime, che dovrebbe andare un amore. Lascia Fausto e prosegue la sua vita, come deve essere, accettando la corte di Miro, contadino buoni, semplice e senza troppe ambizioni, ma garante di una vita serena fatta dei piccoli piacevoli momenti di quotidianità.
Inizia la seconda parte del romanzo.
Passano gli anni e si rincontra Fausto, che sembra essere esattamente quello che si è lasciato capitoli e capitoli prima. Eugenio Montale avrebbe commentato nel '66, in un articolo pubblicato sul Corriere della Sera che "l'arte di Cassola tende sempre ad essere un'arte del silenzio e non importa che questo silenzio sia spesso riempito da chicchessia, perchè l'attenzione batte sempre sul non detto." E non si riferiva al non detto retorico che Cassola, infatti, odiava. Un non detto sostanziale. Così non ci meraviglia che Fausto, ad esempio, lasciato pagine addietro, non sembri minimamente cambiato...
Divenuto professore, Fausto incontra Baba, convinto comunista, che ammira e che decide di seguire nella lotta partigiana, seguita dall'armistizio che rimane rumore di fondo: in primo piano la vita, quella di tutti i giorni, che scorre inesorabile "senza grandi accadimenti, ma la vita accade", che travolge gli uomini. Travolge Fausto, figura contraddittoria fino alla fine... Con i suoi fallimenti, ma non Anna: lei asseconda la corrente, si accontenta, non può dirsi felice, si sente vagamente scontenta eppure sa riconoscere i rari piccoli doni che la vita le offre, fosse anche solo l'aria pura e pungente del mattino ed il cinguettare degli uccellini.
Chi è dunque Fausto?
Un intellettuale borghese nel quale lo scrittore si rivede, ma senza indugiare in autocelebrazioni. Tutto il contrario: mettendo in evidenza i suoi moti interiori e la sua crescita morale, che avviene indiscussamente, nonostante tutto sembri fallire per Fausto. Crescita prevista da un Bildungsroman che si rispetti, come è Fausto e Anna. Ed è protagonista di questo romanzo di formazione, costretto a scegliere l'unica strada possibile tra cento. Vista così la stessa immaturità, che risulta spesso fin troppo evidente, gli conferisce un che di romanzesco.
Chi è Anna?
"Ad Anna dispiaceva dar noia; dispiaceva soprattutto che la gente si occupasse di lei. Cercava sempre di passare inosservata."
Anna. Be', Anna è un miscuglio di candore, pragmatismo ed ingenuità. Non sta mai ferma in se stessa, cambia continuamente umore. Sembra semplice. Ma l'ho detto... Tutti i personaggi di Cassola sembrano di facile interpretazione. Ma solo da lontano. Poi ti avvicini e tutto si complica. Da un lato Anna fa pensa alle Madri Celesti dei manieristi, sempre affrante e sfinite... E stanche. Dall'altro, sembra tutto il contrario.
Di certo è subito chiaro che i due protagonisti affrontino in maniera molto diversa il domani. Anna si culla e non si aspetta nulla... Sa che le cose devono andare in un modo e le gusta così come vengono. Fausto non demorde. Cerca di rispondere ad un desiderio intrinseco, ad un bisogno dell'anima che non trova riscontro. Perciò si getta nella lotta partigiana (sfondo del romanzo, non propriamente protagonista)... Con spavalderia, mettendo alla prova le sue labili convinzioni già incerte. Non pone fine al suo dissidio interiore. S'interroga. E questo permette all'autore di rivelare il lato più oscuro della Resistenza che sempre era stato taciuto.
Fausto, partigiano della 93^ brigata Garibaldi , racconta di cinque azioni partigiane che si trova a vivere.
La prima: una sospettata spia, uccisa da un partigiano, Giovanni. Pugnale puntato al collo.
"Loro possono fare quello che vogliono, non è una cosa che ci riguardi. Ma noi no. Come possiamo accusarli di barbarie perchè fucilano, quando noi piantiamo il coltello nella nulla dei cristiani nemmeno fossero bestie da sgozzare? Noi siamo scesi sotto il loro livello, ecco che cosa ti dico. Ah, mi vergogno. Mi vergogno di essere un partigiano allora..."La seconda: l'incontro di una pattuglia di tedeschi tra Castelnuovo e Massa Marittima nel bel mezzo del tragitto da percorrere per compiere un'azione di sabotaggio.
"A un tratto il fuoco smise. Non per un comando (nessuno ne diede, né d'altronde sarebbe stato udito), ma perchè in tutti ero lo stesso desiderio di conoscere il risultato. Urli e lamenti: questa fu la risposta. Per dieci secondi i partigiani rimasero fermi in silenzio ad ascoltare gli urli e i lamenti dei tedeschi massacrati. -Kameraden! Kameraden!- gridava una voce più forte delle altre. -Kaputt!-"E' quest'urlo che continua a rimbombare nelle meningi di Fausto, ormai sempre più convinto che essere comunista significa essere un assassino.
La terza: siamo a Travale. Una squadra di dodici partigiani era scesa in ricognizione presso il versante meridionale del Monte Capanne, luogo in cui avevano costruito il campo. All'improvviso l'allarme. I tedeschi si aggirano per le strade del paese e Fausto, col cuore in gola, non ci pensa due volte a dare l'ordine a Boris, suo compagno, di sparare col Bren. Wilhelm Fritsche, moglie e figli. Che assurdità la guerra!
"E così mi sono perduto. Ho distrutto la mia anima, mi sono macchiato le mani di sangue. Ho commesso il più orribile dei miei peccati, ho violato il più sacro dei comandamenti... E in quel momento gli balenò la verità davanti agli occhi: basterebbe che io dicessi: mi pento, e questo orribile peccato mi verrà rimesso. Basterebbe che io dicessi: mi pento di aver sparato sui tedeschi. Mi pento di essere venuto tra i partigiani. Basterebbe che io dicessi: vorrei che tutto questo non fosse mai avvenuto. E nello stesso tempo sentiva che quella parola di pentimento l'avrebbe pronunciata con le labbra, ma non col cuore. Sentiva che, malgrado tutto, egli era orgoglioso di aver fatto il partigiano, era orgoglioso di aver sparato e ucciso e non avrebbe voluto che quei fatti fossero cancellati dalla sua vita. Perciò quei peccati continueranno a gravargli sulla coscienza e non gli saranno rimessi."La quarta: due tedeschi prigionieri vengono uccisi per ordine di Claudio, il comandante di Brigata.
La quinta: il giovane Cannone muore diciottenne... Era andato a prelevare un capitano tedesco. Che assurdità la guerra!
Com'è difficile essere un partigiano! Fausto comincia a capire e qui, a mio avviso, sta la chiave di volta per intendere la dinamicità di questo personaggio... La sua scelta di partecipare a questa lotta partigiana, guerra civile avuta inizio l'8 settembre del 1943, assume dei contorni più chiari... Sfilano davanti agli occhi di Fausto le immagini dei tanti che aveva conosciuto nel corso dei mesi sul Monte Voltrajo e sul Monte Capanne, così sfilano sulle pagine sotto gli occhi del lettore: Vailo, Giovanni, Ivan, Baba... Claudio, con la sua "rabbia nazista", il coltello sempre pronto, il fucile sempre spianato; Giulio... L'inglese, i montenegrini, gli austriaci. Loro, lui... Tutti combattevano per degli ideali, per solidarietà, per giustizia e senso di fratellanza, ma in realtà ognuno aveva, alle spalle delle questioni politiche, una questione privata da vendicare come dirà allo stesso modo Beppe Fenoglio.
Infine l'incontro con Anna, così atteso da Fausto... Tuttavia il tempo per la loro storia è terminato e Nora, cugina di Anna (connotata da un caratteristico spirito libero che nelle prime pagine Anna le invidia, presto perduto nella presa di consapevolezza che la vita, di fatto, è bella per la quotidianità, la famiglia e le piccole cose...), glielo rammenta. Cassola scrive, infatti, nelle ultime pagine: "Nessun sentimento forte può essere duraturo." Così, per Fausto, finisce la stagione partigiana e definitivamente la storia con Anna.
Mario Luzi fu uno dei primi a ben intendere l'opera di Cassola. Disse che si trattava di uno scritto che esige molta intelligenza. Cassola secondo lui è uno degli scrittori più difficili che ci siano. E' stato accusato di facilità e questo dimostra appunto l'ottusità di chi a pronunciato questo giudizio. "E' uno scrittore molto difficile, non nel senso della testualità apparente, ma nel senso della giustezza dell'ascolto." La sua prosa è apparentemente dimessa, apparentemente molto distante dalla retorica. Ci ricorda tanto il paesaggio scarno e sensibile della Maremma Toscana... Nell'arco dei quindici anni in cui è ambientata la storia, dal 1930 al 1945, solo delle leggere increspature smuovono la superficie uniforme della prosa: i dialoghi tra i personaggi presentano spesso cadenze dialettali che danno nuovo ritmo alla lettura. Essi non sono stati introdotti dall'autore per rappresentare semplicemente il vero. Cassola voleva superare il neorealismo del suo tempo, secondo lui troppo legato alla realtà come oggettivamente appare. Il segreto era quello di interpretare un piccolo insignificante gesto quotidiano alla ricerca del senso di una vita, quello di rompere il velo opaco che impedisce ai più di cogliere la vera realtà, quella "sub limen", sotto il limite della comune interpretazione delle cose.
Impedisce ai più, ma non a Cassola che con maestria riesce a coglierne l'essenza.
Quindi sì, chapeau per Cassola per l'abilità dimostrata nello scrivere un romanzo unico nella letteratura resistenziale con uno straordinario racconto che intende non di certo sminuire la lotta partigiana, ma corrispondere allo sguardo integrale sulla dimensione antropologica dei personaggi, i quali emergono nelle loro vertità esistenziali, non quali maschere astratte che illuminano valori ideali, ma con le loro crisi così meravigliosamente umane.
Tuttavia, quello che ho apprezzato di più nella lettura è stata la capacità dello scrittore di spogliare gli avvenimenti e le persone solo attraverso alcune efficaci descrizioni...
Ho sempre pensato che qualcuno che riesce a raggiungere così nel profondo, così intimamente l'animo umano con ciò che vi nasce e vi muore, nelle variazioni del tempo, con uno sguardo che ormai sembra essere perduto, sia semplicemente in grado di smuovere il mondo.
Siamo arrivati al dunque: ricordando che si tratta solo di un mio parere strettamente personale, ho deciso di valutare ciascun libro che recensisco e di farlo con l'aiuto di un simbolo...
Che, per rimanere in tema, sarà... Un'onda!
Il punteggio per ciascun libro sarà compreso tra una e tre onde...
Tre onde: un libro talmente bello, particolare, interessante... Che merita di essere ASSOLUTAMENTE LETTO PIU' DI UNA VOLTA NELLA VITA!
🌊🌊
Non poteva essere diversamente: una pietra miliare della letteratura che dovrebbe essere un pietra miliare nella vita di ciascuno di noi. D'altra parte l'ho ammesso subito. Nell'intestazione del blog. Credo nei libri che insegnano, come maestri in carne ed ossa.
Dove acquistarlo?
Sull'autore...
Carlo Cassola nasce il 17 marzo 1917 a Roma, ma ben presto si trasferisce a Volterra, in Toscana. Suo padre, militante socialista, redattore dell'"Avanti", è spesso ricordato da Cassola come un uomo dell'1800 ancora incapace di rendersi conto che i tempi stanno cambiando...
Cassola non è un bambino e ragazzo felice: solo e preda di una fervida immaginazione che lo porta ad una sensibilità sempre più accentuata, fatta di forti emozioni.
Si rifugia sempre nei libri, fin da quando non sapeva neppure leggere e, tra tutti, ama "Le Poesie" del Carducci che gli ricordano i paesaggi toscani...
Negli anni di liceo frequenta i figli di Mussolini e con Vittorio Mussolini ed altri compagni fonda nel 1933 il "Novismo", movimento giovanile antifuturista che affronta temi vari presentanti un'aspra critica ai pregiudizi e gli stereotipi, molto vicino ai "fratelli oppressi".
Nel 1935 l'Italia affronta la guerra d'Etiopia, ma Cassola non sembra esserne particolarmente interessato... In quegli anni intraprende il corso di studi presso la Facoltà di Legge e dà origine ad un gruppo antifascista.
La situazione politica, però, diventa sempre più complessa ed ingestibile, così Cassola, ormai lontano da Vittorio Mussolini, si trova costretto a sciogliere il movimento novista ed il gruppo anifascista.
Cassola, dunque, si dedica solo e soltanto alla sua formazione, appassionandosi sostanzialmente a Joyce... E' a questo periodo che risale la formulazione del "subliminarismo".
A 31 anni, tuttavia, nel 1949, lo scrittore vive un anno di forte crisi umana e letteraria: perde sua moglie che muore per un attacco renale e Cassola mette in discussione la sua poetica esistenziale su cui aveva basato tutto il suo lavoro fino a questo momento.
Da tale crisi intellettuale nasceranno i suoi testi più belli, tra cui Fausto e Anna.
Autore molto contrastato sul panorama letterario, non perde mai fiducia nel potere della scrittura.
Muore a Montecarlo per uno scompenso cardiocircolatorio il 29 gennaio 1987.

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