domenica 15 settembre 2019

"Il sentiero dei nidi di ragno", Italo Calvino




Titolo: "Il sentiero dei nidi di ragno"
Autore: Italo Calvino
Data di pubblicazione: 1947
Numero pagine: 196
Genere: Romanzo semi-autobiografico













11^recensione 

Buongiorno e buona domenica, lettori! Siamo precisamente a metà settembre e la routine ricomincia lentamente per tutti... So che è difficile ingranare e per farlo, alle volte, può essere d'aiuto un nuovo libro da scoprire!
In questa estate ho avuto modo di fare una bella scorpacciata di letture e non ho intenzione di tenerle tutte per me! Perciò ri-iniziamo subito con il nostro appuntamento letterario!
Oggi voglio partire dal primo romanzo che ho letto sul tema della Resistenza partigiana italiana.
8 settembre 1943: armistizio di Cassibile... L'Italia è allo sbaraglio: nessuno sa più quali siano i nemici da combattere, quelli che erano alleati, i tedeschi, non lo sono più. L'Italia è divisa tra repubblichini e nuove forze sul piano politico-sociale: i partigiani. Uno dei primi che decide di inaugurare questa tematica sul piano letterario è Italo Calvino e lo fa in un modo particolare: attraverso gli occhi di un bambino...

Pronti? Si parte!
“Pin ha una voce rauca da bambino vecchio: dice ogni battuta a bassa voce, serio, poi tutt'a un tratto sbotta in una risata in i che sembra un fischio e le lentiggini rosse e nere gli si affollano intorno agli occhi come un volo di vespe. A canzonare Pin c'è sempre da rimettere: conosce tutti i fatti del carrugio e non si sa mai cosa va a tirar fuori. Mattina e sera sotto le finestre a sgolarsi in canzoni e in gridi, mentre nella bottega di Pietromagro la montagna di scarpe sfondate tra poco seppellisce il deschetto e trabocca in istrada. […]

“Il sentiero dei nidi di ragno” è stato scritto da Italo Calvino nel 1946, al suo rientro dalla lotta partigiana: solo il primo capitolo si era rivelato di difficile stesura, poi tutto il resto della storia è scivolata sulle pagine, di getto, accompagnata dalla folla di voci, storie e discussioni che inondavano la mente del giovane autore, fresco della sua esperienza. Pubblicato dalla casa editrice Einaudi, sbarca sul piano letterario in un momento considerato cruciale da intellettuali e non…

“Più che come un'opera mia, lo leggo come un libro nato anonimamente dal clima generale d'un'epoca, da una tensione morale, da un gusto letterario che era quello in cui la nostra generazione si riconosceva, dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. Avevamo vissuto la guerra, e noi più giovani - che avevamo fatto appena in tempo a fare il partigiano - non ce ne sentivamo schiacciati, vinti, «bruciati», ma vincitori, spinti dalla carica propulsiva della battaglia appena conclusa, depositari esclusivi d'una sua eredità.“
Dopo il disastro causato dalla guerra, si aveva la possibilità di ricominciare da zero, di ricostruire ciò che era stato distrutto e di farlo come si voleva ed il canale di comunicazione tra scrittore e pubblico riusciva facilmente diretto: tutti erano usciti da un’esperienza comune, che non aveva risparmiato nessuno e che metteva tutti alla pari. Ognuno aveva la sua vita da raccontare, piena di storie fatte di drammatiche avventure: “ci si strappava la parola di bocca”, racconta Calvino nella prefazione che scrive diciassette anni dopo l’uscita de “Il sentiero dei nidi di ragno” per una riedizione del libro del ’64.
Tutti erano a conoscenza del fatto che molti dei grandi avvenimenti della Storia erano passati senza che nessun grande romanzo ne descrivesse le fila… Ma per la Resistenza il discorso era diverso: era necessario che quello che aveva significato con i suoi valori, ideali e la sua morale di fondo potesse arrivare anche oltre il “dopo” di cui si parlava sempre durante la guerra. Bisognava trovare la chiave giusta per raccontarne tutte le sfaccettature senza renderla né un mito né un fiasco… Ridimensionarne i confini, farne una storia di uomini e non di eroi: Calvino si sentiva incaricato di questa responsabilità che aveva finito per fargli sentire il tema come troppo impegnativo e solenne per le sue forze…
Nel frattempo, a poco più di un anno dalla fine della guerra, tanti giovani si erano dati alla delinquenza e questo era bastato a chi non aveva mai visto di buon occhio la lotta partigiana per riprendere il proprio discorso: Calvino dunque sentiva la necessità di rispondere e di difendere ciò di cui aveva fatto parte. Ormai era deciso: avrebbe rappresentato i peggiori partigiani possibile che, tuttavia, pur nelle loro crisi e contraddizioni, sarebbero apparsi migliori a chiunque rispetto a coloro che forze attive non lo erano mai stati. D’altra parte sarebbe da sciocchi non ammettere che, dietro ogni questione politica, spesso, in realtà, si combatte per un riscatto meramente personale che fomenta il furore del raggiungimento della fine.
Così ragionando, quasi per caso, ripensando ai vicoli di Città vecchia, agli snodi tortuosi di Sanremo, l’idea balenò davanti agli occhi dell’autore… “Avevo un paesaggio. Ma per poterlo rappresentare occorreva che esso diventasse secondario rispetto a qualcos'altro: a delle persone, a delle storie. Eccola. La Resistenza. La Resistenza rappresentò la fusione tra paesaggio e persone.”
Quindi cominciò a scrivere: la trama ancora imprecisa. Incominciò a raccontare di Pin, elemento di diretta osservazione della realtà e per dare un sostegno romanzesco… 
“Inventai la storia della sorella, della pistola rubata al tedesco; poi l'arrivo tra i partigiani si rivelò un trapasso difficile, il salto dal racconto picaresco all'epopea collettiva minacciava di mandare tutto all'aria, dovevo avere (un'invenzione che mi permettesse di continuare a tenere la storia tutta sul medesimo gradino, e inventai il distaccamento del Dritto. Era il racconto che - come sempre succede – imponeva soluzioni quasi obbligatorie.”
I personaggi cominciano così a prendere forma con i loro tratti del viso e del carattere: le persone a cui pensava Calvino mentre componeva non erano frutto della sua sola immaginazione… Erano le immagini dei suoi compagni, quelli con cui aveva per mesi e mesi spartito la gavetta di castagne e il rischio della morte, per la cui sorte aveva trepidato… Con cui aveva combattuto tra le montagne nella seconda divisione partigiana “Garibaldi”.
Lo sguardo scelto da Calvino è del tutto inedito: nel romanzo la guerra e la Resistenza vengono descritte attraverso gli occhi trasognati e dispettosi di un bambino che pone domande diverse, mostra cose diverse da quelle che avrebbe posto e mostrato un adulto, come è accaduto per tnti altri scritti dell'epoca. La scelta dell'autore non soltanto si rivela uno stratagemma per trattare l'argomento della lotta partigiana di scorcio, conservando il ruolo di narratore onnisciente, senza rendere il suo romanzo un'autobiografia, ma, inoltre, rispecchia quel maturare impetuoso dei tempi che non aveva fatto altro che crescere l'immaturità dell'autore e che lui stesso si sentiva addosso: il protagonista, quindi, era anche un personaggio simbolico. Una regressione. Un bambino.
Pina ha circa dieci anni e vive un'infanzia agra e selvaggia, passata in compagnia della sorella Rina, conosciuta come la Nera del Carrugio lungo: la madre è morta che lui era piccolo ed il padre marinaio era da qualche parte chissà dove... A Pin piacerebbe avere un amico, ma nessuno pare andare bene per lui: nè i grandi, nè i compagni della sua età.
“Si avrebbe voglia d'andare con una banda di compagni, allora, compagni cui spiegare il posto dove fanno il nido i ragni, o con cui fare battaglie con le canne, nel fossato. Ma i ragazzi non vogliono bene a Pin: è l'amico dei grandi, Pin, sa dire ai grandi cose che li fanno ridere e arrabbiare, non come loro che non capiscono nulla quando i grandi parlano. Pin alle volte vorrebbe mettersi coi ragazzi della sua età, chiedere che lo lascino giocare a testa e pila, e che gli spieghino la via per un sotterraneo che arriva fino in piazza Mercato. Ma i ragazzi lo lasciano a parte, e a un certo punto si mettono a picchiarlo; perché Pin ha due braccine smilze smilze ed è il più debole di tutti. Da Pin vanno alle volte a chiedere spiegazioni su cose che succedono tra le donne e gli uomini; ma Pin comincia a canzonarli gridando per il carrugio e le madri richiamano i ragazzi: - Costanzo! Giacomino! Quante volte te l'ho detto che non devi andare con quel ragazzo cosi maleducato! Le madri hanno ragione: Pin non sa che raccontare storie d'uomini e donne nei letti e di uomini ammazzati o messi in prigione, storie insegnategli dai grandi, specie di fiabe che i grandi si raccontano tra loro e che pure sarebbe bello stare a sentire se Pin non le intercalasse di canzonature e di cose che non si capiscono da indovinare. E a Pin non resta che rifugiarsi nel mondo dei grandi, dei grandi che pure gli voltano la schiena, dei grandi che pure sono incomprensibili e distanti per lui come per gli altri ragazzi, ma che sono più facili da prendere in giro, con quella voglia delle donne e quella paura dei carabinieri…”
Pin si sforza di apparire adulto con il suo linguaggio spregiudicato e con atteggiamenti spavaldi... Aiuta Pietromagro con la sua bottega di scarpe, frequenta l’osteria del suo paese alla ricerca di Miguel il Francese, Gian l’Autista e Giraffa, sforzandosi di imitare i loro vizi anche se proprio non capisce perché i grandi siano così affezionati al vino, al fumo e alle donne... Tra un'infanzia che non gli appartiene e un mondo adulto ancora lontano ed estraneo, ma che tuttavia lo attrae, perchè sente che lì forse potrà trovare l'Amico, il compagno con cui condivide il suo più grande segreto, un posto che solo lui conosce, un posto incantato: il sentiero dove fanno il nido i ragni...
La situazione precipita improvvisamente, tuttavia, quando i tre dell'osteria, incitati da Comitato a fare il "gap", suggeriscono a Pin di sottrarre la pistola P38 ad un tedesco, un certo Flick, ono degli uomini che regolarmente Pin sbirciava sul letto cigolante della sorella... Pin ha paura: quello non era un gioco... Ma voleva a tutti i costi ottenere la fiducia dei grandi, entrare a far parte di loro. Magari glielo spiegavano cos'era questo gap...
Così, sia pur titubante ed incerto sulle travi del pavimento di casa, Pin sfila il cinturone dai vestiti del tedesco e se ne appropria: la missione era compiuta. Con quell'arma Pin si sente forte: l'avrebbe puntata contro tutti e così tutti lo avrebbero ascoltato ed accolto. Ma no... Poi non deve essere una così buona idea, pensa Pin e corre verso l'osteria. Le cose, però, non vanno come avrebbe voluto... I grandi sembrano essersi dimenticati di quello che a lui sembrava proprio un gesto eroico.
 “Pin non sente più niente: ormai è sicuro che non darà loro la pistola; ha i lucciconi agli occhi e una rabbia gli stringe le gengive. I grandi sono una razza ambigua e traditrice, non hanno quella serietà terribile nei giochi propria dei ragazzi, pure hanno anch'essi i loro giochi, sempre più seri, un gioco dentro l'altro che non si riesce mai a capire qual è il gioco vero…”
Pin, quindi, decide di nascondere l'arma nel posto più nascosto che conosceva, tra i nidi dei ragni, e lo avrebbe rivelato solo al suo Amico, se mai sarebbe arrivato.
Tornato in paese, Pin viene arrestato ed è in carcere che incontra il partigiano più conosciuto di tutti i tempi, una Stella Rossa, il suo nome? Lupo Rosso.
Il ragazzo non aveva intenzione di rimanere molto a lungo tra le mura di quel posto, con ben altro a cui pensare e, non più tardi della stessa sera dell'incontro con Pin, aveva già costruito un piano. Pin ne faceva parte. Tuttavia, una volta fuori, mentre Pin crede di aver trovato in Lupo Rosso il suo nuovo amico, il partigiano, richiamato dall'attività di camion tedeschi, si mette subito in cammino verso i distaccamenti partigiani, lasciando Pin a sonnecchiare... Rimasto solo, Pin girovaga per il bosco e qui incontra Cugino, partigiano del distaccamento del Dritto che lo porta con sè. Se lo incontrassi, il Dritto lo riconoscerei subito: sorriso malato e palpebre abbassate dalle lunghe ciglia. Se ne starebbe tutto l’anno sdraiato al sole, con le braccia tutte nervi sotto la testa, invece, suo malgrado, una furia gli batte dentro e lo tiene sempre in moto con la voglia di maneggiare le armi. Al Comando di Brigata non hanno una grande considerazione di lui ed il suo distaccamento lo hanno creato con persone su cui non si può fare grande affidamento “e serve più per tenere isolati degli uomini che potrebbero rovinare gli altri.” Il Dritto soffre. Soffre una cattiveria a cui è soggiogato, ma della quale vorrebbe volentieri liberarsi.

Calvino, con un tono che è neorealista, ondeggia su un registro medio-basso, cercando l’italiano di chi “non parla l’italiano in casa” e poi devia, con una connotazione propria: fiabesca, disse per la prima volta Cesare Pavese a cui lo scritto di Calvino era piaciuto particolarmente… “Un piglio avventuroso e fantastico”, “ariostesco”, così insisteva l’autore de La casa in collina. D’altra parte, se Calvino al momento del suo esordio con questo romanzo non ne era pienamente conscio, successivamente tenne a confermare questa definizione di se stesso, ritenendo che proprio Ariosto aveva saputo insegnare come l’intelligenza viva anche e soprattutto di fantasia ed ironia.
Il sentiero dei nidi di ragno infatti potrebbe essere considerato come un  romanzo con la R maiuscola, come Beppe Fenoglio, anni dopo avrebbe voluto fare con il suo romanzo: la storia di Pin è centrale e porta con sé la tematica dell’amicizia come in Una questione privata Milton porta con sé la tematica amorosa. La Resistenza entra solo laddove la trama portante lo consente: solo il nono capitolo fa eccezione…

Dunque, sì. Ricordo.., Si diceva di Pin che incontra i membri del distaccamento del Dritto: Pelle, Carabiniere, Mancino il cuoco, comunista, la Giglia, moglie di Mancino, Zena il Lungo detto Berretta di Legno o Labbra di Bue, Giacinto, i quattro cognati: Marchese, barone, Conte e Duca… Pin incontra dei partigiani in carne ed ossa… Non uno, tanti tutti insieme!
“Pin ha sempre desiderato di vedere dei partigiani. Ora sta a bocca aperta in mezzo allo spiazzo davanti al casolare e non può fissare l'attenzione su uno che ne arrivano altri due o tre, tutti diversi e bardati d'armi e di nastri di mitraglia. Possono sembrare anche dei soldati, una compagnia di soldati che si sia smarrita durante una guerra di tanti anni fa, e sia rimasta a vagare per le foreste, senza più trovare la via del ritorno, con le divise a brandelli, le scarpe a pezzi, i capelli e le barbe incolti; con le armi che ormai servono solo a uccidere gli animali selvatici. Sono stanchi e incrostati di una pasta di sudore e polvere.”
A Pin piacciono i partigiani e racconta a tutti della sua pistola, ma nessuno gli crede, solo Pelle, che parte per la città e scommette con Pin che avrebbe trovato la sua pistola perché lui sa dove si trovino i nidi di ragno.
Nel frattempo Marchese viene ucciso dalla Brigata Nera e la sera del giorno della sua sepoltura tutti chiedono a Pin di cantare, lui che lo sa fare così bene. Sono tutti riuniti e Dritto alimenta il fuoco… Lui e la Giglia prendono a guardarsi e bruciano di passione, così il Dritto si distrae e divampa un incendio.
L’episodio è fatale perché oltre ad aver perso un breda, due moschetti, sei caricatori, bombe, cartucce ed un quintale di riso, l’incendio aveva permesso l’identificazione del campo da parte dei tedeschi che, in poco tempo, avrebbero raggiunto i distaccamenti.
Arrivano all’accampamento il commissario Kim ed il comandante Ferriera che effettivamente avvertono del  fatto che il giorno seguente una colonna tedesca avrebbe risalito le montagne per fare un rastrellamento e preparano le brigate perché si appostino sulle creste dei monti. Ma la notizia più sconcertante è quella del tradimento di Pelle, unitosi alla Brigata Nera, tutti sono d’accordo sulla sua uccisione, ma Pin è preoccupato perché probabilmente lui aveva la sua pistola.  Gli uomini dell’accampamento si preparano per la battaglia dell’indomani, Pin riceve il permesso dal Dritto per parteciparvi, ma la mattina dopo decide di non muoversi dato che Dritto e la Giglia non erano partiti con gli altri. Così Pin scopre della tresca amorosa tra i due e scappa nel bosco… La battaglia scoppia e i partigiani si ritirano perdenti e con un morto, Giacinto: rientrati dall’accampamento, Pin li accoglie cantando e narra, senza nomi, quello che era successo tra Dritto e Giglia. Dritto, infuriato, cerca di far smettere Pin di cantare, ma il bambino, impaurito, fugge nel pianto
Quanti segreti che hanno gli uomini, quante cose che Pin non capisce. Lui corre, corre veloce… E anche dopo aver recuperato la sua P38, Pin è disperato e solo… Gli mancano le mani grandi ed accoglienti di Cugino. Dove sarà Cugino? Aspettalo Pin, Cugino ti viene a prendere, col suo mantello scuro e le mani grandi, che sembrano di pane. Cugino che è il tuo Amico a cui raccontare delle tane dei ragni.
 “E continuarono a camminare, l’omone e il bambino, nella notte, in mezzo alle lucciole, tenendosi per mano.”
Eccolo compiuto il romanzo che tra i tanti simboleggia la Resistenza, con un racconto implicito del quale il protagonista non ha nemmeno piena cognizione.
Il rapporto tra Pin e la guerra partigiana è lo stesso che Calvino si era trovato a vivere, la sua inferiorità come bambino di fronte all’incomprensibile mondo dei grandi corrisponde alla stessa che l’autore ha vissuto come piccolo borghese. “E la spregiudicatezza di Pin, per via della sua provenienza dal mondo della malavita, che lo fa sentire superiore rispetto agli altri fuorilegge corrisponde al modo intellettuale di essere all’altezza della situazione, di non meravigliarsi mai e di difendersi dalle emozioni.”
Tanti pensieri rimangono impliciti ed inespressi nelle pagine… Fino al nono capitolo.
Calvino racconta nella prefazione dell’edizione del ’64 di un suo amico e coetaneo che aveva combattuto con lui tra i partigiani: per entrambi la Resistenza era stata l'esperienza fondamentale; per lui in maniera molto più impegnativa perché s'era trovato ad assumere responsabilità serie, e a poco più di vent'anni era stato commissario d'una divisione partigiana. Piaceva loro parlare e nel loro discorrere emergeva, allora, a pochi mesi dalla Liberazione… “che tutti parlassero della Resistenza in modo sbagliato, che una retorica che s'andava creando ne nascondesse la vera essenza, il suo carattere primario. Mi sarebbe difficile ora ricostruire quelle discussioni; ricordo solo la continua nostra polemica contro tutte le immagini mitizzate… Il mio amico era un argomentatore analitico, freddo, sarcastico verso ogni cosa che non fosse un fatto; l'unico personaggio intellettuale di questo libro, il commissario Kim, voleva essere un suo ritratto.”
L'entroterra del libro erano queste discussioni e le considerazioni di Calvino riguardo la violenza in guerra, anche tra i partigiani, ed il giudizio morale verso le persone e sul senso storico delle azioni di ciascuno di noi. Per molti era stato solo il caso a decidere da che parte dovessero combattere; per molti le parti improvvisamente si invertivano, da repubblichini diventavano partigiani o viceversa… “da una parte o dall'altra sparavano o si facevano sparare; solo la morte dava alle loro scelte un segno irrevocabile. (Fu Pavese che riuscì a scrivere: « Ogni caduto somiglia a chi resta, e gliene chiede ragione ».”

Il commissario Kim dà, quindi, la possibilità a Calvino di raccontare il proprio pensiero, di riflettere con il lettore. Ne emerge un quadro dettagliato dei componenti delle forze partigiane che risultano essere così diversi l’uno dall’altro che anche le loro motivazioni che li hanno spinti a combattere nella Resistenza sono diverse per ciascuno e non dettate dagli ideali, di cui tanto parla Mancino in nome del comunismo, perché, invece, il vero significato della lotta è che si tratta di una risposta alle umiliazioni di una vita, combattute consciamente o no: per l’operaio dallo sfruttamento, per il contadino dalla sua ignoranza, per il piccolo borghese dalle sue inibizioni.

“Ma qui gli uomini hanno occhi torbidi e facce ispide, ancora, e Kim è affezionato a questi uomini, al riscatto che si muove in loro. Quel bambino del distaccamento del Dritto, come si chiama? Pin? Con quello struggimento di rabbia nel viso lentigginoso, anche quando ride... Dicono sia fratello di una prostituta. Perché combatte? Non sa che combatte per non essere più fratello di una prostituta. E quei quattro cognati « terroni » combattono per non essere più dei «terroni», poveri emigrati, guardati come estranei. E quel carabiniere combatte per non sentirsi più carabiniere, sbirro alle costole dei suoi simili. Poi Cugino, il gigantesco, buono e spietato Cugino... dicono che vuole vendicarsi d'una donna che l'ha tradito... Tutti abbiamo una ferita segreta per riscattare la quale combattiamo. Anche Ferriera? Forse anche Ferriera: la rabbia a non poter fare andare il mondo come vuoi lui.”
Non sono gli ideali che, secondo l’autore, hanno fatto davvero la guerra partigiana. Perché gli ideali ce li hanno anche coloro che combattono tra i Neri. E’ questo furore che smuove dentro che spinge a combattere e la Storia viene in aiuto dei partigiani: sono loro che stanno dalla parte giusta, quella per cui ogni piccolo loro gesto sarà ricordato.

Si tratta di un romanzo che certamente merita di essere letto. Il punto di vista di Pin offre un quadro assolutamente inedito, come dicevo, senza precedenti. Perciò vi invito alla lettura!
Ai più piccoli... Non fatevi spaventare dal tema impegnato. Questo è un romanzo anche per voi. Magari senza l'aiuto di una recensione o di una prefazione introduttiva alcune vicende possono apparirvi oscure, ma la scrittura scorre veloce e non avrete problemi ad apprezzarla. 

Siamo arrivati al dunque: ricordando che si tratta solo di un mio parere strettamente personale, ho deciso di valutare ciascun libro che recensisco e di farlo con l'aiuto di un simbolo...
Che, per rimanere in tema, sarà... Un'onda!
Il punteggio per ciascun libro sarà compreso tra una e tre onde...

Tre onde: un libro talmente bello, particolare, interessante... Che merita di essere ASSOLUTAMENTE LETTO PIU' DI UNA VOLTA NELLA VITA!

🌊🌊

Non poteva essere diversamente: una pietra miliare della letteratura che dovrebbe essere un pietra miliare nella vita di ciascuno di noi. D'altra parte l'ho ammesso subito. Nell'intestazione del blog. Credo nei libri che insegnano, come maestri in carne ed ossa.

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Sull'autore...
Italo Calvino nasce nel 1923 a Cuba. Di questo luogo Calvino non ha nessun ricordo, infatti nel 1925 i suoi genitori decidono di ritornare in Italia, a Sanremo. L'autore, in seguito, avrebbe ricordato con piacere gli anni trascorsi nella cittadina, considerata, col senno di poi, piuttosto diversa dal resto dell'Italia, popolata com'era da vecchi inglesi e cosmopoliti.
Il periodo fascista non sembra intaccare, inizialmente, la personalità dell'autore. D'altra parte i suoi genitori, per quanto intimamente contrari al regime, sfumavano la loro posizione in una generale condanna della politica. 
Il piccolo Italo era stato un balilla, ma anni più tardi decide di riscattare il suo passato, forse inconsciamente, prendendo parte alla lotta partigiana.
Dal punto di vista letterario, Calvino, sin dalla giovinezza, si era dedicato alla scrittura di poesie, brevi racconti e testi teatrali. Ma il vero impegno nella scrittura si manifesta nel dopoguerra con "Il sentiero dei nidi di ragno" e moltissime altre brevi testimonianze della sua opera partigiana distinte nella raccolta di racconti "Ultimo viene il corvo". Nonostante lo stile neorealistico delle prime opere, già in queste è evidente quella vena tesa al fantastico che avrebbe contraddistinto nettamente le sue opere più mature.
Dopo aver conseguito la laurea in Lettere, Calvino intensifica le sue attività culturali ed incontra Cesare Pavese che per lui sarà amico e maestro incommensurabile, tant'è che alla sua morte, nell'agosto del '50, Calvino rimane sconvolto e soprattutto rammaricato di non aver colto il dolore dell'amico, convinto com'era del suo temperamento forte e risoluto...
Nel 1953 comincia a lavorare alle sue Fiabe italiane che sarebbe stato pubblicato tre anni più tardi.
Grande appassionato di viaggi, continuerà a girare per il mondo, così trasporta la sua fama ovunque. 
Così, dopo innumerevoli successi letterari, Calvino si spegne nel 1985.












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