martedì 1 ottobre 2019

"Una questione privata", Beppe Fenoglio




Titolo: "Una questione privata"
Autore: Beppe Fenoglio
Data di pubblicazione: 1963
Numero pagine: 132












12^recensione

Buongiorno lettrici e lettori!
Stando all'ultima recensione sul blog, ci siamo lasciati con "Il sentiero dei nidi di ragno", la prima lettura che ho affrontato a proposito della tematica della Resistenza partigiana. Ebbene, allora, oggi desidero proporvi il mio parere riguardo l'ultimo libro con cui ho deciso di confrontarmi a proposito della medesima tematica. Così facendo, vorrei ricostruire per voi la stessa dinamica che si è verificata nel panorama letterario del dopoguerra. Infatti fu Calvino che inaugurò nel '47 la stagione resistenziale sul piano letterario e Fenoglio che la concluse nel '63.
Comprenderete facilmente, adesso, che le due opere avranno molti punti di contatto ed io vi darò una mano a trovarli. Dunque, a voi la recensione!

“Torse la testa dall’altra parte e guardò in profondo verso Alba. Il cielo sulla città era più cupo che altrove, decisamente violetto, segno di una pioggia molto più che violenta. Pioveva a dirotto su Giorgio prigioniero, forse su Giorgio già cadavere, pioveva a dirotto sulla verità di Fulvia, cancellandola per sempre. –Non potrò saperlo mai più. Me ne andrò senza sapere.-”

Le prime notizie riguardo la scrittura di "Una questione privata" sono rintracciabili nella corrispondenza trattenuta dall’autore con le case editrici Garzanti ed Einaudi: Fenoglio accenna alla trama già nel gennaio del 1960, ma nel corso di quell’anno, le notizie date dallo scrittore a proposito del suo lavoro si affastellano e ricadono nel contraddittorio… Non se ne sa più nulla finchè, dopo la morte di Fenoglio, tra i suoi appunti vengono ritrovate le prime due stesure dello scritto, ma mai la terza che è quella in cui si presume contenuto il titolo con cui oggi conosciamo il romanzo.
La maggior parte dei lettori di Fenoglio hanno molto bene in mente le parole di Italo Calvino circa “Una questione privata”: “…costruito con la geometrica tensione di un romanzo di follia amorosa e cavallereschi inseguimenti come l’Orlando furioso e nello stesso tempo c’è la Resistenza proprio com’era, di dentro e di fuori, vera come mai era stata scritta, serbata per tanti anni nella memoria fedele, e con tutti i valori morali, tanto più forti quanto più impliciti e la commozione e la furia. […] Il libro che la nostra generazione voleva fare adesso c’è, e il nostro lavoro ha un coronamento e un senso, e solo ora, grazie a Fenoglio, possiamo dire che una stagione è compiuta: solo ora siamo certi che è veramente esistita: la stagione che va dal Sentiero dei nidi di ragno a Una questione privata.”
L’esperimento che Fenoglio conduce con questo romanzo è davvero di gran valore nello scenario della letteratura partigiana. Infatti, a partire dai primi anni del dopoguerra, gli autori avevano raccontato della propria esperienza da partigiani e testimoni della guerra attraverso la memorialistica di finzione o brevi racconti. Fenoglio, seppur inizialmente avesse intenzione di coltivare l’autobiografia, scrivendo un libro grosso, per dirla come lui, via via, si allontana sempre di più da questo proposito, lasciando incompiuto il ciclo del partigiano Johnny che avrebbe dovuto concludere la sua esperienza letteraria partigiana, permettendogli di affrontare nuove tematiche.
La fisionomia del romanzo sarebbe radicalmente cambiata e Fenoglio, mai soddisfatto del suo lavoro, sottopone le trame della sua fantasia a lunghi travagli della mente, sommersa dal fumo delle sigarette che accompagnavano costantemente l’autore nel suo lavoro…
Lo scrittore era profondamente convinto del fatto che sempre di più si fosse dimenticata la componente “romanzesca” (il predominio dell’intreccio sui personaggi, vero motore del racconto) nei romanzi, intesi come meccanismi perfetti in cui nulla è troppo ed ogni dettaglio converge nello stesso punto. Mancava la giusta forza alla trama che, invece, nella quasi totalità dei casi si perdeva sulle tracce della Storia e degli eventi politici. L’autore afferma adesso le ragioni della selezione narrativa che ordina in un disegno preciso, e con essa il diritto a raccontare di scorcio la Resistenza soffermandosi sulla grande Storia non con estrema dovizia di particolari, nella trepidazione di dover raccontare tutto quello che si è vissuto, vestendo gli abiti di mero testimone oculare, ma soltanto quando questa viene ad incrociare la vicenda che costituisce la materia del suo racconto.
L’8 marzo del 1960, Fenoglio scrive a Livio Garzanti per prospettargli il fatto che stesse lavorando ad una nuova storia senza ancora aver terminato quella di Johnny: si riferiva ad Una questione privata e di questa parla scrivendo… “Non già sullo sfondo della guerra civile in Italia, ma nel fitto di detta guerra.”
Così, è nel fitto che l’autore si catapulta, in un turbinio di voci ed emozioni del passato, Fenoglio inaugura una storia individuale in cui la Resistenza definisce soltanto il contorno di un intreccio amoroso.
La guerra, quindi, può essere vissuta attraverso il filtro delle proprie vicende private?
In "Una questione privata" la risposta non può essere altro che sì.
Non ho così tanta esperienza di lettura, ma credo di potermi assumere con facilità la responsabilità di dire che non sia mai esistito esempio più lampante in un romanzo di come la guerra assomigli tanto all'amore e di come questi due termini somiglianti ed opposti si compenetrino, facendo nascere una vastissima gamma di sentimenti che rischia a più riprese di farci impazzire, come accade al protagonista delle vicende, Milton, che, in breve tempo, rinchiuso in una cecità totalizzante, viene sbalzato fuori dal mondo esterno, fino a perderne ogni contatto. 
Ma andiamo con ordine.
Il racconto segue da vicino i movimenti di Milton tra le colline delle Langhe, nei pressi Alba e Canelli, le stesse zone de La casa in collina di Cesare Pavese per intenderci (ne arriverà a breve la recensione se non conoscete di cosa io stia parlando, don't worry!)
"Milton era un brutto: alto, scarno, curvo di spalle. Aveva la pelle spessa e pallidissima, ma capace di infuocarsi al minimo cambiamento di luce o di umore. A ventidue anni già aveva ai lati della bocca due forti pieghe amare, e la fronte profondamente incisa per l'abitudine di stare quasi di continuo aggrottato. I capelli erano castani, ma mesi di pioggia e di polvere li avevano ridotti alla più vile gradazione del biondo."
Quella Resistenza a cui Fenoglio aveva partecipato si riversa su Milton, finendo per trasformarsi inevitabilmente in un alter ego impossibile... Con un nome che è dichiarata passione per la letteratura inglese (Milton, l'autore di Paradise lost), Milton è uno studente universitario, nonché partigiano badogliano dell'UNPA, l'Unione Nazionale Protezione Antiaerea. Tuttavia non è questa la prima informazione che abbiamo di lui: Milton ama Fulvia. Questo è quello che viene spiegato subito.
Infatti, nelle scene iniziali, durante una spedizione, il giovane protagonista si muove lentamente nel cortile della casa di campagna di Fulvia, la ragazza di cui è segretamente innamorato, ripensando ai pomeriggi all'ombra dei ciliegi, ai versi di "Deep purple" e di "Over the rainbow" che avevano scandito lunghe conversazioni tra loro... Lei non è più lì: è tornata a Torino quando la lotta partigiana era incominciata.
Milton non vede l'ora di rivederla e sa che per farlo non può che aspettare la fine della guerra. In attesa di quel momento Milton aveva sperato di poterla rivedere attraverso il luogo in cui era vissuta.
"Milton si premette le mani sul viso e in quel buio cercò di rivedere gli occhi di Fulvia. Alla fine abbassò le mani e sospirò, esausto dallo sforzo e dalla paura di non ricordarli. Erano di un caldo nocciola, pagliettati d'oro."
La memoria gioca brutti scherzi ed ogni volta che la stuzzichiamo ci rivela qualcosa di nuovo ed inaspettato: così inizia per Milton la vera guerra. Una guerra di coscienza dove il passato strappa al presente e spinge avanti e indietro e poi ancora e fa perdere nelle Langhe del cuore in cui nulla ha più senso. Ma in questa storia c'è un aggravante, la goccia che fa traboccare il vaso: in un incontro non atteso con quella che era stata la governante della ragazza, egli viene a sapere che Fulvia aveva avuto una relazione col suo migliore amico Giorgio Clerici, un partigiano della Stella Rossa, del dipartimento di Mango capeggiato da Pascal. Da questo punto in poi l'orizzonte di pensiero del protagonista si stabilizza quasi esclusivamente sulla determinazione a conoscere precisamente quali erano stati i rapporti tra Giorgio e Fulvia; guerra e guerriglia partigiana passano in secondo piano a fronte della sua "questione privata": tutto diventa una questione privata. Milton, così, parte alla ricerca di Giorgio, ma l'incontro con lui si rivela più complicato del previsto. Infatti si viene a sapere che Giorgio è stato catturato dalle milizie fasciste.
Milton non ha alternative e la mezza giornata chiesta per il confronto con l’amico a Leo, comandante del suo distaccamento di Treiso, diventa prima una giornata intera… Poi due. Milton cade nel panico, sia per la preoccupazione per l’amico, sia e soprattutto per la verità che deve sapere su Fulvia, che è messa a repentaglio e Milton deve sapere.
"Il fatto è che più niente m'importa. Di colpo più niente. La guerra, i compagni, la libertà, i nemici. Solo più quella verità."
L’unico modo per riavere indietro l’amico è usare un prigioniero come merce di scambio. Purtroppo i pochi prigionieri catturati venivano subito uccisi, così Milton gira a lungo, ma senza risultati: raggiunge persino la brigata di Hombre, brigata dei rossi, ma senza risultati. Così Milton decide per una misura rischiosa e difficile: dovrà catturare a sua volta un soldato fascista da usare come merce di scambio per riottenere Giorgio, sperando che non fosse stato già ucciso.
Milton è perso nella nebbia. La sua follia si sviluppa in una dimensione sospesa e febbricitante, magnificata da un montaggio delle scene narrative spesso ellittico, quasi astratto, che taglia le scene improvvisamente e poi le raccorda sbilanciandole, le accelera pedinando passo a passo la corsa furiosa alla ricerca di Giorgio.
Milton riesce a catturare un ufficiale fascista, della squadra San Marco di Canelli, Alarico Rozzoni… È una delle grandi scene del romanzo, insolitamente lunga: leggevo ed immaginavo l’occhio di Fenoglio puntato sul volto del fascista, sui suoi occhi spiritati e magneticamente attratti da qualsiasi possibilità per divincolarsi dall’odore di morte che incombeva su di lui. Occhi che rispecchiano la pazzia della guerra tutta, ma che fanno da contrappunto anche a quella di Milton che, dopo non molto tempo perde il suo prigioniero, ucciso da un colpo di pistola dello stesso protagonista, che sconsideratamente gli spara per fermare quel tanto ricercato tentativo di fuga del fascista. Avendo smarrito l’unico mezzo che gli poteva permettere di ottenere la liberazione dell’amico, Milton si aggira per le campagne piemontesi dirigendosi verso i luoghi della sua squadra di combattimento, deciso inoltre a ritornare a casa di Fulvia per chiedere ulteriori chiarimenti alla governante.
Ma quando è ormai in vista della città, Milton cade in un’imboscata di soldati fascisti.

 “Sono morto. Mi prendesse alla nuca. Ma quando arriva? –Arrenditi!- Gli si ghiacciò il ventre e gli mancò netto il ginocchio sinistro, ma mi raccolse e scattò verso il ciglio. Già sparavano di moschetto e di mitra, e a Milton pareva non di correre sulla terra, ma di pedalare sul vento delle pallottole. -Nella testa, nella testa!- urlava dentro di sé e in tuffo sorvolò il ciglione e atterrò sul pendio, mentre un’infinità di pallottole spazzavano il culmine e tranciavano la sua aria. Fece una lunghissima scivolata, fendendo il fango con la testa protesa, gli occhi sbarrati e ciechi, sfiorando massi emergenti e cespi di spine. Ma non aveva sensazioni di ferite e di sangue spicciante, oppure il fango richiudeva, plastificava tutto.”

Il punto di vista che Fenoglio sceglie per raccontare è quello di un personaggio la cui storia poco ha a che vedere con quella sua personale. Gli studiosi hanno cercato nella biografia di Fenoglio una chiave per poter interpretare un tale intreccio amoroso: un amore infelice, una passione adolescenziale… Sì, certamente non si può escludere che nelle pagine ci sia un ricordo di Mimma o Baba, le amiche che di lui erano innamorate negli anni immediatamente precedenti allo scoppio della guerra, ma sapere davvero quanto di questi frammenti di memoria femminili ci sia in Fulvia diventa pressoché inutile al fine della comprensione di Una questione privata. Infatti, quando Fenoglio recupera dal ciclo di Johnny il tema del triangolo amoroso tra Fulvia, Milton e Giorgio, lo fa esattamente perché il romanticismo romanzesco che ne scaturisce gli appare il modo migliore per tenere a distanza il modello semi-autobiografico che aveva sviluppato negli anni precedenti. Inoltre la contesa femminile fa emergere, indirettamente, le miriadi di contese che esistevano tra partigiani: non tra fascisti e partigiani, tra partigiani. E persino tra amici per la pelle, come nel caso di Milton e Giorgio e, il cerchio si restringe, tra due personaggi simili ed atipici, due eroi solitari e dannati nella loro solitudine. C’è del male anche nel loro rapporto… Un male che magari sarebbe affiorato nitidamente dall’incontro tra i due presso la cappelletta di Santa Annunziata, celato dai puntini di sospensione… Ma poi velato forse, chissà, da un sottilissimo velo di residua amicizia e solidarietà.
Un’indagine, quella dell’autore, tesa a misurare, comunque, la violenza che è in tutti i rapporti umani, condotta attraverso un paesaggio contadino perché espressione della durezza disumana della vita, dell’abbruttimento dei sentimenti, della miseria che spesso conduce alla follia, dell’esplosione violenta della guerra che registra i dati estremi di crudeltà e dolore… Non essendo un dato storico la violenza non consente alternative.
Non consente di non uccidere un prigioniero.
“Questa guerra non la si può fare che così. E poi non siamo noi che comandiamo lei, ma è lei che comanda noi.”
O di avere pietà.
“-Tutti, tutti li dovete ammazzare, perché non uno di essi merita di meno. La morte, dico io, è la pena più mite per il meno cattivo di loro.
-Li ammazzeremo tutti,- disse Milton. –Siamo d’accordo. Ma il vecchio non aveva finito. –Con tutti voglio dire proprio tutti. Anche gli infermieri, i cucinieri, i cappellani. Ascoltami bene, ragazzo. Io ti posso chiamare ragazzo. Io sono uno che mette le lacrime quando il macellaio viene a comprarmi gli agnelli. Eppure io sono quel medesimo che dice: tutti, fino all’ultimo li dovete ammazzare. E segna quel che ti dico ancora. Quando verrà quel giorno glorioso, se ne ammazzerete solo una parte, se vi lascerete prendere dalla pietà o dalla stessa nausea del sangue, farete peccato mortale, sarà un vero tradimento. Chi quel gran giorno non sarà sporco di sangue fino alle ascelle, non venitemi a dire che è un buon patriota.”
In uno stile fatto di scrittura secca e cruda, ma anche ricca di squarci metaforici, a metà tra il neorealismo della vita contadina delle Langhe piemontesi e lo pseudo-decadentismo di Pavese, ma anche ben lontano da entrambe le esperienze narrative (la polemica sociale e l'impegno progressista e i miti della terra intrisi di sangue di Pavese), Fenoglio si distacca anche su questo piano dalla contemporanea esperienza letteraria... Cosa che conduce, battendo sulla tastiera del computer "Una questione privata", Beppe Fenoglio il motore di ricerca ad identificare il breve romanzo come "narrativa weird".
Di certo la scrittura di Fenoglio è “strana”, come tutto l’impianto narrativo che avrebbe potuto persino risultare distante dal tema stesso della Resistenza, se non fosse stato per il dodicesimo capitolo… Qui lo spazio naturale delle campagne, pervase dalla nebbia e battute dalla pioggia, simboli espliciti degli ostacoli che si frappongono tra il protagonista e la verità definitiva, viene bruscamente interrotto da un corposo inserto, un corto circuito tra le vicende di Milton e quella di Riccio e Bellini.
Le due giovani staffette partigiane, catturate mesi prima dai fascisti di Canelli, vengono fucilate per vendicare la morte del sergente Rozzoni.
Per quanto Fenoglio sia stato criticato per questa scelta che, con un rallentamento improvviso del ritmo narrativo, blocca la storia, non è difficile comprenderne la possibile motivazione: nel Sentiero dei nidi di ragno, Calvino aveva escogitato il nono capitolo ed il discorso del commissario Kim per impedire che il giudizio del narratore fosse totalmente opacizzato dalla storia del piccolo Pin. Allo stesso modo, credo, che Fenoglio abbia voluto il dodicesimo capitolo per offrire al lettore uno spaccato di storia e ridimensionare all’interno del contesto le gesta di Milton.
Le due soluzioni, tuttavia, per quanto simili negli elementi evidenziati, risultano profondamente diverse per lo scopo raggiunto. Se il monologo di Kim giustifica quasi totalmente gli eventi a cui ha preso parte inconsapevolmente Pin, mostrando al lettore la marcia dell’uomo verso un mondo migliore e ricostruendo il rapporto tra sofferenze subite ed inferte, il penultimo capitolo di Una questione privata non offre le stesse certezze. L’atteggiamento dell’autore di fronte alla fucilazione di due adolescenti non punta ad attenuare lo scandalo della loro morte, quanto piuttosto ad incentivarlo e questo non per condanna indiretta della Resistenza, ma come invito a riconoscersi disponibili ad assumersi le responsabilità come conseguenza dei propri atti. Milton non verrà a sapere di questa esecuzione, non saprà che due ragazzi sono morti a causa sua ma Fenoglio sì, e la questione si riduce ad un solo concetto, perno di tutto il libro: non esiste mai davvero solo una questione privata. Ogni nostra azione ha delle conseguenze, ogni nostra parola ha un prezzo, noi in quanto esseri liberi facciamo continuamente delle scelte e ogni scelta ha un costo e nessuno è mai totalmente innocente, anche credendo di essere nel giusto. Quella piccola questione privata che ci tormenta il cuore ma che riguarda l’umanità.

In conclusione mi piace porre l’attenzione sul nuovo significato che, mi pare evidente, assume la lotta partigiana come metafora dell’intera esistenza umana, “impossibile da esaurire perché, almeno in potenza, suscettibile ad ospitare al proprio interno qualsiasi storia…” spiega Gabriele Pedullà in un commento al romanzo, nonché autore di “La strada più lunga. Sulle tracce di Beppe Fenoglio.”, edito 2001.
Così il personaggio di Milton trascende le vicende ed è personaggio della Resistenza, ma allo stesso tempo non lo è: la Resistenza diventa non fine, ma mezzo. In questa maniera Fenoglio compie la sue personale rivoluzione.
Vorrei soffermarmi ancora sui personaggi, su Giorgio che per dormire utilizzava un pigiama di seta, su Matè, sulla rabbia di Milton, sulle lettere a Fulvia, sulla maestra propagandista… Ma non è questo che importerà al lettore. Credetemi.
Ho letto questo romanzo come epilogo di una rassegna di storie partigiane a partire da quella di Italo Calvino sul piccolo Pin e le vicende che lo travolgono… Nel corso delle letture ho acquisito una coscienza della tematica resistenziale ed ho maturato diverse considerazioni e spunti di riflessione che ogni autore, Calvino, Cassola, Pavese mi ha saputo dare… Ma Una questione privata ha concluso il mio percorso e lo ha fatto in una maniera inaspettata. Molti vi avevano consigliato di leggere prima la prefazione o almeno la trama per poter comprendere meglio il romanzo nel corso della lettura, ma ho scelto di fare come mio solito e di dare subito il via alla storia e di rimandare ad un secondo momento qualsiasi commento riguardo ad essa. Così non avevo idea di quali fossero i personaggi, di chi fosse Milton e delle loro vicende… Mai avrei immaginato di comprendere così a fondo, nei commenti, nei monologhi, nei flashback argomento così complesso: tutto ruota attorno ad una dinamica che nemmeno si compie, infatti Milton non scoprirà mai la sua verità. Tutto è contenuto nelle primissime pagine e si può pensare che non ci fosse altro da aggiungere, ma non è così. Quando il romanzo finisce, che fosse finito o no nelle idee dell’autore, si ha un senso di smarrimento… Milton muore ed un po’ muore anche il lettore con lui.

Quel pazzo inseguimento di Giorgio prima, poi del fascista come oggetto di scambio che ricorda tanto quello di Orlando e dei suoi compagni e rivali, è forse quello che di più umano esista, forse la vera causa di qualsiasi tormento.

Siamo arrivati al dunque: ricordando che si tratta solo di un mio parere strettamente personale, ho deciso di valutare ciascun libro che recensisco e di farlo con l'aiuto di un simbolo...
Che, per rimanere in tema, sarà... Un'onda!
Il punteggio per ciascun libro sarà compreso tra una e tre onde...

Tre onde: un libro talmente bello, particolare, interessante... Che merita di essere ASSOLUTAMENTE LETTO PIU' DI UNA VOLTA NELLA VITA!

🌊🌊🌊

Non poteva essere diversamente: una pietra miliare della letteratura che dovrebbe essere un pietra miliare nella vita di ciascuno di noi. D'altra parte l'ho ammesso subito. Nell'intestazione del blog. Credo nei libri che insegnano, come maestri in carne ed ossa.

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Sull'autore...
"È anche come persona, un tipo insolito nelle nostre lettere, anzi, proprio il contrario del solito ragazzo di provincia letterato. È un commerciante di vermouth, non in proprio, ma per una ditta in cui svolger mansioni importanti; e deve saperci fare. È un tipo alto, magro, con una faccia da film del West, un po' brutale e accigliata, caratteristiche accentuate da una triste affezione: una vegetazione di verruche e escrescenze sulle guance e sul viso. Parla a scatti, con brevi frasi dal giro inaspettato. Non è certo timido (è chiaramente un uomo pratico e risoluto. È stato comandante partigiano dei badogliani), né è tipo da darsi delle arie; ma è uomo che rimugina dentro e parla poco. Lo si direbbe un istintivo di poche letture - e in effetti lo è; ciò non toglie che a un certo momento lo si scopra traduttore di poeti inglesi raffinati: John Donne, Hopkins, Eliot. Ora sta facendo un nuovo racconto, ma i suoi affari e viaggi lo disturbano".
Così scrive di lui, nel gennaio 1953, Italo Calvino a Giuseppe De Robertis che gli chiedeva informazioni su Beppe Fenoglio... Una descrizione che corrisponde molto bene all'aspetto ed al carattere dello scrittore: Beppe, che soffre di una lieve balbuzie, che ama la musica e sa cantare bene, pensieroso e taciturno, uno scolaro modello.
Nel 1952 era già uscito "I ventitrè giorni della città di Alba", nei Gettoni di Vittorini, che lo battezza tra i lettori: nato il 1 marzo 1922 ad Alba, sarebbe presto stato considerato come uno tra i più grandi scrittori della Resistenza.
La formazione del nostro autore presso il Liceo Ginnasio di Alba comprende due incontri fondamentali: Leonardo Cocito, insegnante di italiano, marxista, impiccato dai tedeschi durante la Resistenza e Pietro Chiodi, docente di storia e filosofia, antifascista e deportato in Germania, furono, infatti, importantissimi modelli per Fenoglio... Nel giugno 1940, quando Mussolini comunica l'entrata dell'Italia in guerra, egli aveva appena terminato il liceo: la guerra irrompe nella sua vita e porta scompiglio e discussioni, in famiglia e tra amici. Nel '43 viene chiamato alle armi: a settembre, dopo l'armistizio, Fenoglio si trova a Roma per un addestramento, ma riesce a salire su un treno diretto a Nord e fa ritorno ad Alba. Così, nel gennaio del 1944, si unisce alle prime formazioni partigiane badogliane come ufficiale di collegamento con gli inglesi: la sua famiglia, nel frattempo, viene arrestata. Questi ultimi episodi sono sicuramente il perno della sua vita, attorno a cui tutto il resto ha preso a girare, compresi i suoi scritti. 
Nel 1946 la guerra è ormai finita, si vota per il referendum istituzionale: è un momento di gioia e liberazione: si balla nei locali di Alba e dintorni. Il centro delle feste è il "Mulino Rosso" dove nell'estate del 1945 Beppe conosce Luciana Bombardi. Lei, sua futura moglie, si ricorda che glielo presentò un amico e che lo vide in piedi, discosto dalla pista da ballo e la colpì quel viso brutto, pieno di rughe e il naso balordo, ma gli occhi le sembrarono belli e franchi. Cominciano a frequentarsi.
Nel '47 fa il suo ingresso in un'azienda vinicola in cui resterà per tutta la vita e comincia a presentare i suoi primi lavori agli editori. A Calvino Fenoglio piace subito e stravede per "Una questione privata"... Vittorini però è dubbioso e il romanzo non viene pubblicato.  La Resistenza presentata da Fenoglio è dipinta di colori particolari e presto molti letterati ne discutono presentando punti di vista molto diversi tra loro: alcuni colgono l'intento antiretorico dello scritto, altri mettono in evidenza l'atteggiamento denigratorio assunto, secondo loro, dall'autore...
Insomma non fu una carriera editoriale semplice, resa tormentosa per se stesso dal medesimo Fenoglio, mai soddisfatto delle sue produzioni.
Presto, però, fu la malattia a stroncarlo nel febbraio del '63.

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